sabato 12 luglio 2014

Fatti, misfatti e opinioni

“I fatti separati dalle opinioni” è stato il fortunato “claim” di una famosa rivista italiana. Facile a dirsi, ma difficile a farsi, anche perché, a volte, confondere le due cose può essere utile.
Così, per esempio, chi vuole minimizzare l’allarme degli esperti sull’attuale crisi ambientale ed energetica, cerca proprio di confondere i due piani, trasformando i fatti, che sarebbero incontrovertibili, in semplici opinioni “di parte”, dotate quindi di una  dignità non superiore a quella delle tesi opposte (le loro).
Ce ne parla Antonio Turiel in questo interessante post, tratto da Effetto Risorse.
LUMEN


<< Oggigiorno, nei mezzi di comunicazione si è imposta una sorta di falsa equidistanza: di fronte ad ogni tema di dibattito nella società, che sia la legge sull'aborto o la produzione di idrocarburi, vengono raccolte le opinioni dei diversi settori e presentate tali e quali, lasciando che sia il lettore ad elaborare le proprie conclusioni. Si dice che un tale modo di presentare le discussioni sia imparziale, visto che non si prendono le parti di nessuno dei settori implicati.

Tale strategia, che sicuramente potrebbe avere senso (…) per la discussione di questioni di opinione, è completamente assurda e nociva quando si discutono questioni di fatto. E' che i fatti non ammettono discussione: possono essere più difficili o più facili da conoscere – ed è legittimo centrare lì il dibattito in alcuni casi – ma una volta conosciuti non sono opinabili.
Peggio ancora, nell'interesse di una presunta rappresentatività equilibrata di tutte le opinioni, in realtà si dà un peso eccessivo alle opinioni più ripetute, le quali (grazie ai soldi) sono le più rappresentate.

E' da anni che le grandi aziende hanno capito che questa approccio al giornalismo le favoriva, visto che creando fondazioni, centri sudi, ecc., oltre ai propri uffici stampa e mezzi politici affini, potevano far ascoltare l'opinione che favoriva i loro interessi al di sopra di qualsiasi altra, per questo attaccano con fierezza quando in un mezzo di comunicazione non c'è quella che chiamano una “rappresentazione proporzionata di tutte le opinioni”, cioè, che i loro slogan non vengono ripetuti varie volte dalle loro diverse antenne.

Questo tipo di giornalismo che si limita a raccogliere e trascrivere le opinioni, e che abbonda oggigiorno, è indiscutibilmente un segno di negligenza del giornalista rispetto al suo compito principale: informare. Informare non è fare una relazione delle opinioni come se si facesse un inventario; informare è cercare la verità e presentarla correttamente ai lettori. E quella che una volta chiamavano “giornalismo investigativo”; l'altro non è più di una mera cronaca o bollettino, quando non è direttamente uno spot.

Ed è possibile che la decadenza dei mezzi di comunicazione tradizionali sia in parte dovuto a questa mancanza di impegno per la verità, a volte per l'influenza diretta dei grandi interessi economici, ma altre volte per la mancanza di ricerca della verità di cui parliamo, che è ciò fa sì che sempre più persone cerchino in rete mezzi alternativi sui quali trovare una vera elaborazione a partire dai fatti, un vero tentativo di giungere alla verità.

La prima cosa da comprendere è che non si può fare allo stesso modo una cronaca della società e la discussione di fatti misurabili e osservabili. Non c'è equidistanza possibile fra fatto ed opinione.
E meno ancora se parliamo di fenomeni naturali: la Natura non tratta e se ne frega della nostra opinione. Tuttavia spesso trovi che questa visione di relatività dei fatti, questo mondo dove tutto è relativo impregna tutti i discorsi, al punto che c'è una mancanza totale ed assoluta di pratica nella discussione dei fatti.

Molte volte mi sono trovato che, dopo aver fatto un'esposizione di fatti qualcuno mi dica: “Molte grazie per la sua opinione”. La presentazione dei fatti è talmente svilita che la gente non distingue il fatto dall'opinione, perché è abituata al fatto che parlando di un tema concreto i “fatti” dipendano completamente da chi li trasmette.
In fondo è un problema di decadenza morale della nostra società: nei dibattiti pubblici si dovrebbe esigere che le parti agiscano con onestà, presentando i fatti in modo non parziale ed obbiettiva, al posto di presentare una visione particolare che favorisca una certa visione.

Tuttavia, l'opinione pubblica trova del tutto accettabile che la presentazione dei fatti sia manipolata per favorire interessi privati e a questo punto il fatto è indistinguibile dall'opinione.
Questa manipolazione dei fatti si manifesta in molti modi. Quando un tema colpisce grandi interessi economici e frequente trovarsi di fronte a campagne di confusione deliberate nelle quali si fa una selezione interessata dei fatti – cherry picking – per far vedere le cose con una lente del tutto distorta (…).

A mo' di esempio, è normale trovare fra i portavoce del fracking certi argomenti, come per esempio che la produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti si è moltiplicata per 18 negli ultimi 10 anni (senza dire che 10 anni fa era praticamente insignificante) e scrivere ciò abilmente in una frase in cui si dice che gli Stati Uniti sono già energeticamente indipendenti (cosa radicalmente falsa) (…), dando da intendere che una cosa abbia portato l'altra.

Quando si legge frequentemente ciò che dice questa gente si rileva la frode di mischiare mezze verità e bugie, perché le frasi sono sempre identiche (…), ma al lettore ignaro possono sembrare cose vere, e questo è proprio l'obbiettivo di tali disinformazioni.
Siccome per giunta queste opinioni costruite con la presentazione parziale di fatti scelti è rappresentata in modo diffuso nei mezzi di comunicazione, si ottiene il risultato di offuscare il dibattito e che la verità non venga mai conosciuta.

La verità, quello che crediamo sia la verità oggettiva delle cose, non è, naturalmente, mai completamente oggettiva: le inclinazioni cognitive proprie della persona che la cerca e la trasmette, le sue preferenze, influiscono in ciò che questa considera “la verità”.
Ma questa soggettività inevitabile nella presentazione dei fatti non può farci precipitare in uno scetticismo recalcitrante: io dico sempre che una certa dose di scetticismo è conveniente, ma un eccesso dello stesso è puro cinismo.

Quello che si deve fare è semplicemente concentrarsi sui fatti. La presentazione degli stessi può essere volontariamente o involontariamente prevenuta, ma almeno si tratta di fatti.
Ciò che deve fare il lettore critico è cercare altri fatti che corroborino o integrino nel suo caso la parte della verità che gli era stata presentata. Per questo è importante che il lettore sia parte attiva e critica di ciò che legge.

Un'altra grande deficienza del nostro tempo è che i lettori e gli spettatori sono passivi e apatici e fondamentalmente si bevono più o meno acriticamente tutto ciò viene dato loro da bere, senza cercare di ragionare, senza confrontare con informazioni precedenti, senza cercare le incongruenze. Insomma, senza essere critici e responsabili, come dovrebbe essere un buon cittadino.

Il massimo dell'assurdo, i pochi giornalisti che comprendono che bisogna andare oltre ed informare veramente, coloro che realmente cercano la verità e la presentano basata sui fatti e non nelle dichiarazioni degli uni o degli altri, vengono solitamente definiti “attivisti”, come se la loro obbiettività si vedesse offuscata proprio dalla loro ricerca dei fatti e della verità.
Questo tipo di giornalista di solito ha problemi coi mezzi di comunicazione per i quali lavora, a prescindere da quale sia il loro orientamento politico formale, visto che alla fine sono tutti in mano al grande capitale.

Una delle cose che accadono quando ci si concentra sui fatti, quando ci si concentra sulla verità, è che si viene accusati di mettersi in discussioni politiche anche se si sta parlando di scienza, che sia di risorse naturali o di clima.
E c'è sempre chi ti rimprovera che questo è inadeguato ed improprio per uno che si definisce scienziato, visto che gli scienziati devono rimanere puri, imparziali.

Questa critica in particolare è particolarmente assurda. Risulta che gli studi scientifici sull'ambiente e sulle risorse naturali, come in realtà quelli su qualsiasi altra materia, siano essenzialmente ed irrinunciabilmente politici. Poiché per definizione la politica è la discussione degli assunti che interessano i cittadini. (…).
Ciò che non si deve, è l'essere “partitico”: non si può, da un punto di vista meramente tecnico, prendere partito per un'opzione o per l'altra, fra le altre cose perché le dinamiche di partito di solito portano presto o tardi a sacrificare certe idee in nome del pragmatismo.

Deve quindi la scienza cercare di dare risposta a questioni politiche? La risposta è , è in realtà è sempre stato così. La scienza tenta di dare risposta a problemi che preoccupano l'uomo e che spesso condizionano l'organizzazione sociale, cioè gli aspetti politici.
Lo scienziato non è colui che prende le decisioni di come gestire questa conoscenza, ma è colui che deve decidere quello che c'è che può funzionare e quello che non può in base alle proprie conoscenze.

Conoscenze incomplete e sempre provvisorie, naturalmente, ma che sono la sola cosa che abbiamo in ogni determinato momento e che costituiscono una guida migliore di interessi molto più falsi in base ai quali si prendono tanto spesso decisioni con conseguenze deplorevoli.
L'opinione pubblica è talmente poco educata al dibattito dei fatti, al dibattito scientifico, che ogni volta che si affronta da un punto di vista scientifico un determinato tema, causa sorpresa ciò che viene considerata un'eccessiva “rotondità”.

Succede che il dibattito di opinioni è sempre soggettivo e pertanto le regole di cortesia implicano che gli interlocutori devono essere disposti a concedere un certo beneficio del dubbio al punto di vista contrario: chi non fa così viene considerato un maleducato o un bruto.
Tuttavia, nel dibattito dei fatti non ci sono né mezze misure o considerazioni: il dibattito scientifico in questo senso è implacabile visto che è interessato solo alla verità.
Non molto tempo fa ho trovato, discutendo con una persona su Internet, che dopo essere andato a presentare fatto dopo fatto, articolo dopo articolo, nonostante essere sempre stato educato nel tono, l'altro mi ha risposto in modo un po' rude: “Hai tutte le risposte”.

E' che in un dibattito di opinioni non è ammissibile essere convincenti. Tuttavia, parliamo di fatti. Come gli ho detto, la questione era semplice: leggi i miei fatti e confutameli con dei dati, se credi che non siano corretti.
E' così che si discute di scienza. La scienza, diciamocelo ancora una volta, non è opinabile. Non possiamo sottoporre a votazione il risultato di due più due: dovrà fare sempre quattro, e farà sempre quattro, indipendentemente dalle nostre preferenze o opinioni al riguardo. (…)

A volte qualcuno mi dice che “la critica deve sempre essere costruttiva” e di nuovo la affermazione è erronea. La critica alle persone deve essere sempre costruttiva, visto che una persona non la possiamo scartare ed iniziare con un'altra: bisogna tentare di migliorarla a partire da quello che c'è, pertanto la critica deve essere diretta a costruire, non a distruggere.
Tuttavia, la critica alle ipotesi, alle idee, deve essere cruda, implacabile, logica, feroce. E se le ipotesi non sono controfirmate da dati, se la teoria risulta falsata, la si butta per intero e se ne cerca una nuova. E' così che progredisce la conoscenza. (…).

 Il primo passo per poter costruire una società più equilibrata e meno cinica è recuperare il rispetto per il dibattito scientifico ed applicare una imparzialità implacabile nella discussione dei fatti.
E' necessario per comprendere appieno dove siamo e dove possiamo dirigerci ed è imprescindibile per recuperare la nostra dignità come esseri umani. >>

ANTONIO TURIEL
 

3 commenti:

  1. Interessante, un bel discorso, ma ... il fatto è che non sempre i fatti possono essere distinti dalle opinioni (e questo è arcinoto). Non ha detto qualcuno: non ci sono fatti, ma solo interpretazioni? Turiel ammette che per quanto si voglia essere imparziali e obiettivi la presentazione dei fatti sarà o potrebbe essere almeno in parte falsata dai nostri pregiudizi o preferenze. In pratica solo le leggi della fisica e la matematica sono conoscenze certe e incontrovertibili (ma anch'esse fino ... a nuovo ordine, cioè fin quando una nuova scoperta non le renderà obsolete). Tuttavia le conoscenze scientifiche sono sicuramente cosa diverse dalle opinioni. Noi abbiamo comunque la tendenza a presentare le opinioni come cose certe, dimostrabili, dunque fatti oggettivi, anche se a volte concediamo che "questa è almeno la mia opinione" (ma più che altro per vezzo, per modo di dire: in realtà consideriamo le nostre opinioni a cui teniamo tanto come inoppugnabili).
    Ma tanto per fare un esempio. Il cambiamento del clima è un fatto o un'opinione? Alcuni, anzi molti scienziati (climatologi e altri) sostengono che è una realtà, una triste realtà che cambierà la vita degli esseri umani. E sciorinano fior di prove per dimostrare il "fatto" (la realtà, la verità). Dall'altro abbiamo i negatori di questo fatto, che sostengono essere il cambiamento del clima la bufala del secolo. Che fare? Il 99,9% della popolazione non ha i mezzi per esprimere un giudizio serio in materia (i nostri ricordi personali, che abbracciano pochi decenni, non sono argomenti seri, scientifici, solo opinioni, doxa). Anche se non siamo scienziati o intellettuali o filosofi possiamo "approfondire" in qualche modo, informarci meglio per capirne di più.
    Il picco del petrolio è un fatto o un'opinione? Sembra un fatto, una realtà (però non sappiamo esattamente se è già stato raggiunto, più sì che no, ma non è una verità scientifica incontrovertibile).
    Eccetera eccetera. In linea di massima sono ovviamente d'accordo con il tenore dell'articolo: non è corretto, non è informazione presentare semplicemente opinioni contrastanti come fossero tutte rispettabili.

    (continua)

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    1. (continuazione)

      "Deve quindi la scienza cercare di dare risposta a questioni politiche? La risposta è sì, è in realtà è sempre stato così."

      La scienza fornisce le basi per dirimere questioni cruciali per la società. Ma le decisioni sono poi "politiche" - rispecchieranno cioè le preferenze per soluzioni diverse, e ovviamente anche le posizioni di potere.
      Mi sono chiesto se non fosse possibile misurare le opinioni politiche, esprimerle cioè con una cifra (in base a vari criteri i più oggettivi possibile). È meglio il capitalismo o il socialismo? Attribuiamo un punteggio a entrambi (dopo aver valutato vantaggi e svantaggi) e scegliamo il sistema la cifra maggiore. A questo punto non dobbiamo nemmeno decidere o scegliere: la soluzione migliore s'impone d'ufficio. In un certo senso sarebbe anche la fine della politica intesa come lotta per far valere ad ogni costo il punto di vista di una fazione.
      Nella lotta politica giocano però soprattutto gli interessi personali, i pregiudizi, le passioni - ai quali è praticamente impossibile assegnare un punteggio inequivocabile. Si può procedere solo per approssimazioni. O forse la verità suprema (un fatto!) in politica è il potere. Chi ce l'ha vuole conservarlo a tutti i costi, anche a costo della distruzione totale. Il cardinale Caffarra disse una volta che alla verità cattolica non si può derogare - cascasse il mondo (pereati mundus!).

      Certo la vita, la biologia sono possibili in base alle leggi fisiche (fatti e non opinioni!). Non sopravvivrò a un lancio senza paracadute. Ma nelle vicende umane è possibile optare tra varie scelte che hanno sì conseguenze positive o negative, ma non sempre catastrofiche o letali. È stato un bene introdurre l'euro? Ancora se ne discute, gente preparata e intelligente è di diverso avvivo. Che fare? Approfondire ovviamente, ma non è sempre facile per la massa a cui appartengo. Anche perché il potere - che esiste eccome - gioca sporco, non mette tutte le carte in tavola.



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  2. << Anche perché il potere - che esiste eccome - gioca sporco, non mette tutte le carte in tavola. >>

    Condivido le tue considerazioni, caro Sergio, e soprattutto la tua chiusa un po' rassegnata, ma ineccepibile.

    Possiamo dire, tanto per tirarci su il morale, che in democrazia, quanto meno, il controllo e la manipolazione delle informazioni è meno ferrea che nelle dittature, in quanto qualche rompiscatole dell'informazione lo si trova sempre.
    Ma è pur vero che la dittatura - per mantenersi a galla - ha bisogno di una adesione bulgara, mentre in democrazia basta convincere il 51 % della popolazione (anzi degli elettori).
    Un bel busillis, davvero...

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