sabato 10 maggio 2014

Novecento

Uno dei libri più belli che io abbia mai letto sulla storia del ‘900 (quello che Hobsbawm chiamava “Il secolo breve”) è “Confessioni di un revisionista”  dello storico e giornalista Sergio Romano.
Partendo dalla guerra civile di Spagna, da lui reinterpretata in chiave alternativa, Sergio Romano giunge a considerazioni molto acute e poco ortodosse sugli avvenimenti e le grandi tragedie che hanno segnato il secolo appena trascorso.
Riporto qui di seguito alcuni brevi passi tratti dal libro, di cui consiglio vivamente la lettura.
LUMEN



<< Vi sono Paesi in cui "revisionismo" ha conservato un significato negativo e porta cucito sul petto, anche quando passa da un contesto all'altro, un marchio d'infamia. Sono quelli il cui linguaggio politico è stato marcato da una lunga presenza comunista.

In Italia ad esempio, l'aggettivo "revisionista" quando fu applicato alle opere di Renzo De Felice sul fascismo conteneva una nota di biasimo, era pronunciato a bocca storta e suggeriva implicitamente ai lettori la stessa cautela che i preti raccomandano ai loro allievi nel momento in cui debbono autorizzare la lettura di un libro interdetto.

Non credo di essere più revisionista di quanto debba essere abitualmente un qualsiasi studioso di storia. Ma se rifiutassi di fregiarmi della parola concederei un punto al gergo comunista e darei un contributo al cattivo uso che della parola si è fatto in Italia per molti anni. Ecco quindi le "confessioni di un revisionista".


La Spagna distorta - I miei critici più seri sono generalmente di sinistra - comunisti, ex comunisti, simpatizzanti del vecchio Pci - e fortemente convinti che la sollevazione militare del luglio 1936 sia una brutale violazione della legalità repubblicana.
Hanno ragione naturalmente. L'alzamiento fu preparato in segreto da un gruppo di cospiratori e fu anticipato di qualche ora (dal mattino del 18 luglio alla sera del 17) quando i "quattro generali" ebbero l'impressione che la loro trama stava per essere scoperta. Nulla quindi di più illegale.

Mi sorprende tuttavia che uomini di sinistra, cresciuti alla dura scuola del realismo marxista, esprimano giudizi ispirati a un astratto legalismo.
Fu "legale" forse la decisione con cui Lenin bruscamente decise la chiusura dell'Assemblea costituente a Pietrogrado il 19 gennaio 1918?
Furono "legali" gli scioperi generali, gli "assalti al palazzo d'Inverno", i colpi di mano e le abdicazioni forzate con cui i comunisti andarono alla conquista del potere nel primo e nel secondo dopoguerra?
La prima banale constatazione da farsi, in un dibattito sul revisionismo, è che le ideologie parlano dell'amico con criteri assai diversi da quelli che usano quando parlano del nemico.

Per spiegare le violenze e le illegalità della rivoluzione d'Ottobre la storiografia di sinistra risale indietro nel tempo e racconta diffusamente le crudeli vessazioni del regime zarista.
Per spiegare la guerra spagnola invece sceglie un evento e ne fa il "punto zero" della sua ricostruzione.
In questo caso il punto zero è l'alzamiento del 17 luglio 1936. I generali sono cattivi perché la Spagna del 1936 è buona, repubblicana, democratica, progressista, fremente di valori civili e di umane speranze.

Si dimentica tutto ciò che è accaduto negli anni precedenti: l'ammutinamento della guarnigione di Barcellona nel settembre del 1923, l'esplosione del separatismo catalano, la dittatura di Primo de Rivera, i tre tentati colpi di Stato degli anni in cui tenne il potere, la partenza del re nel 1931, la rivolta del generale Saniúrjo nell'agosto del 1932, l'insurrezione anarchica e sindacalista di Barcellona nel gennaio del 1933, la vittoria delle destre nel novembre dello stesso anno, la nuova insurrezione sindacalista e anarchica di Barcellona in dicembre, la proclamazione dell'indipendenza catalana nell'ottobre del 1934, l'insurrezione dei minatori delle Asturie e l'instaurazione di un regime comunista in quella regione negli stessi giorni. (...)

Si dimentica che nella notte fra il 12 e il 13 luglio un drappello di Guardias de asalto repubblicane cercò dapprima di eliminare uno dei maggiori esponenti della destra, José Maria Gil Robles, e uccise poi, quando non riuscì a trovarlo, il leader monarchico José Calvo Sotelo.
Si trattò sostanzialmente di un "delitto Matteotti". Certo, come osservano gli storici progressisti della guerra di Spagna, gli uccisori di Calvo Sotero vollero vendicare la morte di un loro tenente, José del Castillo, ucciso da un gruppo di falangisti nel pomeriggio del 12.
Ma non vi è atto di violenza o terrorismo purtroppo, che non disponga di un alibi e non possa invocare un torto da raddrizzare o una ingiuria da "lavare con il sangue". Resta l'impressione che nella storiografia progressista i Matteotti destra meritino meno pietà di quelli di sinistra. 


L'equivoco comunista - L'Italia aveva una gran voglia di uscire dalla guerra tra le file dei vincitori. Fu necessario quindi dimostrare che il Paese aveva dissentito, cospirato, resistito; e come in Francia questa bugia, o grossa esagerazione, conferì un ruolo nazionale al partito che aveva avuto nella Resistenza un ruolo determinante.
Grazie a Togliatti e al suo "comunismo tricolore" il Pci divenne una forza democratica, antifascista, nazional-popolare. Grazie alla sua accorta opera di reclutamento fra i giovani intellettuali del regime, divenne erede del fascismo di sinistra e titolare del patrimonio di speranze che la "rivoluzione fascista" aveva suscitato nelle giovani generazioni. (...)

Come in Francia quindi i comunisti italiani ebbero un diritto di sorveglianza e monitoraggio sulla storia nazionale e sulla propria.
Poterono sostenere che erano stati sempre democratici e antifascisti.
Poterono affermare impunemente che nei dieci anni dalla guerra di Spagna alla fine della seconda guerra mondiale avevano sempre combattuto dalla parte della libertà.
Poterono passare un velo di silenzio su ciò che era accaduto ai comunisti italiani in Unione Sovietica durante gli anni Trenta quando alcuni di essi (Togliatti ad esempio) furono complici di Stalin e molti altri ne furono vittime.
Poterono controllare, se non zittire, il dibattito sull'Urss e sul comunismo nelle università, nei libri di testo, nei luoghi in cui si elaborava l'ortodossia culturale del Paese.
E poterono infine con grande ambiguità tenere un piede a Roma e un piede a Mosca, da cui ricevettero un sostegno finanziario e logistico.

Confesso che mi è sempre stato difficile capire perchè i collaborazionisti della Germania hitleriana fossero moralmente più riprovevoli di quei comunisti dell'Europa occidentale che per molti anni dopo alla scuola moscovita del partito, accettarono il denaro di un Paese che era virtualmente nemico del loro, mantennero in vita una struttura attrezzata con passaporti falsi e radio ricetrasmittenti cortesemente forniti dal KGB.
Ecco alcune delle storture concettuali e delle bugie che continuarono a circolare in alcuni Paesi dell'Europa continentale nel, secondo dopoguerra.

La guerra fredda ebbe il merito di dissolvere la falsa alleanza tra le democrazie e l'URSS, ma non poté impedire che i partiti comunisti, soprattutto in Francia e in Italia, facessero figura di "forze nazionali, democratiche, popolari antifasciste".
Il risultato fu la sopravvivenza nella società europea di una intelligencija progressiva, fiancheggiatrice ("compagni di viaggio", nella sarcastica definizione di Lenin) che continuò a sperare, spesso perfino in buona fede, nella conciliabilità fra comunisti e democrazia. 


Bugie e verità - Questo libro non si propone di contraddire per partito preso alcune "verità" del secolo o di rovesciare alcuni dei giudizi di valore attraverso i quali abbiamo guardato agli avvenimenti del nostro tempo.
Esso prende spunto da alcune constatazioni.
La fine del secolo coincide con la morte del comunismo, il collasso del sistema sovietico e la fine della guerra fredda.

Sono finiti gli anni in cui il comunismo era per molti una "promessa", l'Unione Sovietica rappresentava la sua incarnazione terrena e l'America costituiva, per chi aveva interessi opposti, la migliore garanzia contro il "pericolo rosso".
Sono finiti in altre parole gli anni in cui gli interessi o le convinzioni costringevano ciascuno di noi a difendere la storia del comunismo contro quella delle democrazie o viceversa, la "storia di sinistra" contro la "storia di destra" o viceversa. (...)

Oggi [il libro è del 1998] le storie parziali, interessate, strumentali o reticenti hanno perduto la loro giustificazione, e diventano bugie gratuite o manifestazioni da pigrizia intellettuale.
Per vincere le elezioni, tanto per fare un esempio, i Democratici di Sinistra non hanno più bisogno di dimostrare che la guerra civile spagnola fu la guerra dei buoni contro i cattivi e i protocolli segreti tedesco-sovietici furono un geniale accorgimento di Stalin per sfuggire all'accerchiamento delle potenze capitaliste.

Per andare al potere Alleanza Nazionale non ha più bisogno di difendere il retaggio fascista, rivendicare l'esistenza di un fascismo sociale o dimostrare che il comunismo fu peggio del fascismo.
Il passato al di là della censura è definitivamente passato. Può essere letto, giudicato, pesato e valutato con gli strumenti della storia.

Scopriremo così che anche il XX secolo, come i secoli precedenti, è fatto di uomini e Stati che non sono mai stati né completamente buoni né completamente cattivi.
Smetteremo di giudicare gli avvenimenti in funzione degli effetti desiderati e capiremo che essi possono essere compresi soltanto alla luce degli interessi e delle intenzioni dei protagonisti.
Capiremo che il grande protagonista delle vicende umane è il Caso, vale a dire il risultato imprevedibile di una combinazione incalcolabile di avvenimenti.

E' probabile che questo "ritorno alla storia" provocherà in molti studiosi una sorta di smarrimento.
Verranno privati di quella storia, lineare progressiva e teleologica in cui hanno fermamente creduto. E dovranno abituarsi a lavorare nel fango della realtà dove tutto è ambiguo e ambivalente.
Ma si accorgeranno finalmente che il mondo, come disse molti anni fa un intelligente uomo politico non va né a destra né a sinistra: va in tondo. >>

SERGIO ROMANO

9 commenti:

  1. Caro Lumen,

    vedo che il libro di Sergio Romano ha appena 160 pagine e sarei tentato di comprarlo e leggerlo, anche se l'autore non mi è particolarmente simpatico. Ma di lui non so quasi niente, a parte che sia stato ambasciatore nell'URSS. Leggevo con un certo interesse i suoi articoli nel Corriere. Qualche ambiguità c'è anche in lui (pur non essendo un ateo devoto vede con un certo favore l'azione della Chiesa). Ma i miei sono pregiudizi dettati dalla scarsa conoscenza.

    Ovvietà - purtroppo non a tutti nota - che ogni storico che si rispetti sia un revisionista: riscrive cioè la storia alla luce di eventuali nuove conoscenze o anche solo dando un taglio nuovo alla narrazione, insistendo su certo aspetti e eclissandone altri e rivelando così una nuova visione dei fatti, secondo le sue conoscenze, inclinazioni e pregiudizi. Uno storico non revisionista non è uno storico: è un pappagallo.
    In realtà il termine più appropriato per designare qualcuno che scrive cose che non ci piacciono sarebbe "reazionario". Eppure anche la reazione - a eventi negativi e nefasti - è legittima e salutare. Dunque il revisionismo è perfettamente normale e la reazione a volte necessaria.

    La Guerra civile spagnola è stata forse l'ultima guerra in cui era ancora possibile sapere chi erano i buoni e i cattivi. Le brigate internazionali che andarono a combattere per la repubblica spagnola erano costituite in buona e forse massima parte da idealisti. Oggi sappiamo che siamo disinformati e manipolati. La costituzione di brigate internazionali per combattere per la libertà di altri popoli è impensabile, almeno tra noi occidentali (un certo internazionalismo regna però tra gli islamici che non esitano a immorlarsi per la "causa"). Noi di cause per immolarci non ne abbiamo più, non possiamo averne: il nostro disincanto è totale. Potremo anche lottare per il bene comune, perché tutti abbiano da mangiare (e da bere! sarà sempre più difficile!), ma queste battaglie non sono proprio esaltanti (almeno per noi, forse dovrei dire per me). Per che cosa possiamo ancora entusiasmarci, per cosa possono entusiasmarsi ancora i giovani? Per la democrazia, per la piena occupazione? Forse sono un po' pessimista e disfattista. Ma il mantenimento del nostro benessere o il miglioramento delle condizioni di vita di tutti gli esseri umani possono essere sì auspicati e perseguiti, ma non sono obiettivi francamente esaltanti. Che sia ormai anch'io un vecchio reazionario, insensibile alle aspettative dei popoli?

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  2. << Per che cosa possiamo ancora entusiasmarci, per cosa possono entusiasmarsi ancora i giovani? >>

    Caro Sergio, niente pessimismo; direi che di buoni motivi ne abbiamo ancora in abbondanza.

    Anzitutto la difesa della (propria) democrazia, che è un valore importantissimo al quale tendiamo a dare poca importanza perchè ci sembra scontato, cosa che assolutamente non è (il che, ovviamente, è cosa assai diversa dall'andare ad imporre la democrazia in giro per il mondo).

    Poi c'è la battaglia contro la follia dominante della crescita infinita, per preservare l'equilibrio ambientale della Terra e continuare a farne un luogo ospitale per la razza umana (e le altre specie).

    Poi ancora la massima diffusione possibile della non-violenza come sistema di interazione fra le persone, i gruppi ed i popoli.
    E potrei continuare.

    Insomma ce n'è per tutti. In fondo le grandi spinte ideologiche (così come i grandi tabù) non finiscono mai: si limitano a spostarsi da un obbiettivo all'altro.

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    1. Sì, d'accordo, da fare ce n'è, ma io parlavo di entusiasmo ... l'ordinaria amministrazione è utile e necessaria, ma ... non entusiasma ... E poi è anche penso una questione d'età, l'entusiasmo è dei giovani (si abbina a una buona dose d'ingenuità).
      Ma magari nel campo delle scienze ci sono e ci saranno ancora cose entusiasmanti. Ecco, in questo campo l'entusiasmo non mancherà. Ma la distribuzione giusta dei viveri e di altri beni è una cosa normale, non tale da entusiasmare, no?

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  3. Beh, l'entusiasmo ha a che fare con i sentimenti, i quali sono per loro natura vaghi e inafferrabili.
    Comunque, a proposito di entusiamo e di gioventù, mi viene in mente una bellissima frase di Piergiorgio Odifreddi che mi sembra ineccepibile:
    << Da giovani sentiamo che il mondo è diverso da noi, e pretendiamo di cambiare il mondo.
    Da maturi, sentiamo che il mondo è diverso da noi, ma ci accontentiamo di cambiare noi stessi.
    Da saggi, infine, sentiamo che il mondo è diverso da noi, e che va bene così. >>

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    1. "Eravamo quattro amici al bar ..."

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  4. Gino Paoli, giusto ?
    Grande autore di bellissime canzoni: le mie preferite sono le classiche melodiche: Senza fine, Il cielo in una stanza, Che cosa c'è.

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    1. "... che volevano cambiare il mondo ..."

      (pieni di entusiasmo immagino - capisco, a un certa età ...).

      P.S. Gino Paoli? Ma è preistoria! Mi sa che non sei più tanto giovane ... Sì, Il cielo in una stanza cantata da Mina era favoloso, ma riascoltandolo oggi (con un 45 giri sul mio giradisco (!) non so, mi sembra un po' esagerato: quegli alberi infiniti, l'organo ... Insomma, non mi entusiasma più.

      P.S. Gino Paoli quando compì 70 anni: "Sono cinquant'anni che ho vent'anni."

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  5. Articolo molto interessante.
    In effetti è da qualche anno (ah,crescendo...) che mi domando anche io come mai a scuola e fuori dalla scuola si insista (giustamente) su quello che ha combinato Hitler, tutti gli ebrei e non solo che ha ucciso per motivi razziali (la guerra non c'entrava),
    mentre invece si tace letteralmente sul fatto che in Russia con le foibe sono morte altrettante persone, si tace sui crimini contro l'umanità commessi da altri paesi comunisti, per motivi IDEOLOGICI, che insieme ai motivi razziali,sono entrambi deplorevoli.
    Entrambi, nazismo e comunismo, hanno commesso crimini contro l'umanità.

    insieme alla giornata della memoria per ricordare le vittime del nazismo credo andrebbe fatta anche una giornata della memoria per ricordare le vittime del comunismo.

    Restando nel tema Hitler/Russia, anzi la Russia viene dipinta dai libri di storia come la salvatrice ,colei che andò in Germania a liberare gli ebrei. anche dai film traspare ciò.
    Per carità ,questi sono i fatti nudi e crudi , la Russia effettivamente diede un colpo di grazia alla Germania (che si trovò così accerchiata),
    ma non si mette in luce che la Russia aveva firmato un accordo di non belligeranza con la Germania e se poi è intervenuta contro la Germania stessa fu perchè Hitler si era montato la testa e, violando detto patto, l' aveva attaccata.

    mi è stato detto che queste mancanze nei libri di storia sono dovute al fatto che la storia è scritta dei vincitori, può darsi ,però secondo me parlare ancora del comunismo come di libertà e democrazia e (soprqttutto!) rispetto dell'essere umano nelle sue diversità mi sembra veramente assurdo, si dovrebbe parlare di tutti i crimini commessi al pari del nazismo.

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  6. << mi è stato detto che queste mancanze nei libri di storia sono dovute al fatto che la storia è scritta dei vincitori >>

    Cara Laura,
    questa è una (triste) verità che va di pari passo con la civiltà umana (anche le antiche cronache greche e romane scontavano lo stesso peccato originale) e non credo che sia eliminabile.

    George Orwell diceva che: chi controlla il presente controlla il passato; e chi controlla il passato, controlla il futuro.
    L'unica cosa che possiamo fare, per rispetto alla nostra intelligenza, è esserne consapevoli, ed imparare a leggere la storia tra le righe.

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