sabato 4 agosto 2012

Memento mori (omaggio a Luigi De Marchi)

Questi brani sono tratti dall'introduzione del libro “Scimmietta ti amo” dello psicologo ed antropologo italiano Luigi De Marchi; un saggio bellissimo, nonostante il pessimo titolo.
Da leggere con molto interesse. 
LUMEN


<< La realtà storica e l'analisi psicopolitica ci obbligano a riconoscere che le teorie marxiste e leniniste non possono più essere considerate valide. (…)

È tempo di capire che le rivoluzioni economiche, cui sono state sacrificate tante energie, tanti diritti e tante vite umane, non sono riuscite e non riusciranno mai, nonostante il chiasso dei politicanti marxisti, a risolvere i problemi fondamentali dell'uomo e della società proprio in quanto trascurano i cruciali fattori psicologici della dinamica sociale.  (…)

L'assunto culturalista o ambientalista (…) è che alla base della tragedia sociale contemporanea (e, del resto, della millenaria catena di sofferenze e soprusi della storia umana), stiano soltanto strutture sociali oppressive e metodi educativi repressivi, insomma una ''società malata'' che distorce e avvelena l'essere umano, per natura sano, sereno, pacifico, collaborativo e gioioso, trasformandolo a volta a volta in carnefice o vittima docile, in sfruttatore o sfruttato, ma sempre in complice e continuatore più o meno consapevole della tragedia umana. (…)

Come ogni interpretazione solo ambientale della conflittualità umana, la psicopolitica culturalistica non riesce a spiegare come si fossero originariamente prodotte le personalità e le società malate.

Senza dubbio, una volta sviluppatasi in individui e gruppi egemoni una struttura caratteriale distruttiva (fanatica, oppressiva, sfruttatrice) non è difficile comprendere come essa abbia potuto riprodursi e perpetuarsi attraverso i condizionamenti educativi e le strutture sociali tossiche originariamente instaurate da quegli individui e da quei gruppi.
Ma la struttura caratteriale malata e distruttiva, come aveva potuto originarsi e prevedere e prelevare in epoca pre-culturale o perlomeno contemporanea alla nascita delle prime forme di cultura umana?

Se (…) l'uomo primordiale era buono e sano ed è stato successivamente gustato da strutture sociali patogene, da dove sono nate queste strutture sociali che l'hanno distorto e continuano a distorcerlo? Per schematizzare: se la natura umana era così buona e sana, come ha potuto generare un cultura umana così malvagia e malata?
Neppure il marxismo va molto in là quando tenta di spiegare con le “condizioni storiche” il passaggio dal comunismo felice delle origini all'inferno del patriarcato proprietario: se il primo era tanto più congeniale ai bisogni profondi dell'uomo, come aveva potuto affermarsi il secondo e diffondersi su scala planetaria? (…)

Se, viceversa, rimuoviamo la nostra più antica rimozione [la consapevolezza della morte], se sfidiamo il nostro ultimo (e primo) tabù, se riconosciamo che caratteristica psichica essenziale dell’uomo, sia come individuo sia come specie, è di vivere in modo infinitamente più tormentoso e immanente di ogni altro organismo l’attesa e l’esperienza della morte propria e altrui, possiamo facilmente intuire (…) le fitte continue di angoscia che la coscienza della morte, coeva nell’uomo alla coscienza di se stesso, deve aver provocato negli uomini dei primordi, possiamo ben capire quante difese psichiche e somatiche (…) l’essere umano abbia dovuto innalzare, già in epoca pre-culturale, contro tale angoscia ricorrente.

E allora la nascita stessa d’una cultura umana già originariamente nevrotizzata e angosciata in quanto nata dalla coscienza della morte e finalizzata ad esorcizzare un destino ineluttabile, appare non solo comprensibile ma necessaria, mentre le istituzioni e i fenomeni culturali più diversi svelano, in quest’ottica esistenziale, dimensioni e significati insospettati. (…)

[Ne deriva] l’assunto centrale della psicopolitica: e cioè che il processo storico e sociale è governato, nelle sue grandi linee, da alcuni fattori e meccanismi psicologici relativamente semplici che restano sostanzialmente identici al di là, o al di qua, del turbinoso avvicendarsi dei vari e contingenti fattori economici, ideologici e istituzionali cui le scienze politiche tradizionali hanno attribuito finora, e continuano ad attribuire, importanza suprema e decisiva.>>
LUIGI DE MARCHI

8 commenti:

  1. Concordo in pieno, caro Lumen, con quello che scrive De Marchi. Per una analisi antropologica che, molto prima che Marx formulasse le sue teorie, ne smentiva le premesse basta rileggere Hobbes. Aggiungerei a quello che dice De Marchi che il comportamento umano e le aberrazioni sociali non hanno solo cause psicologiche ma poggiano su un destino di pensiero, occidentale ma non solo, che ci chiama a una rielaborazione dei concetti metafisici prevalsi negli ultimi secoli.

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  2. Caro Agobit,
    Luigi De Marchi era un grande pensatore, ma era troppo controcorrente (ricordo che il suo blog, davvero molto bello, si chiamava "il solista"), e proprio per questo era molto meno conosciuto ed apprezzato di quanto meritasse.
    Sulle aberrazioni della cultura occidentale, direi che sono specifiche sino ad un certo punto, in quanto abbiamo solo esasperato quelle contraddizioni che fanno parte da sempre della specie umana, di ogni epoca e di ogni cultura.

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  3. Mi dispiace, ma De Marchi qui non mi convince. Poi vorrei sapere qual è la terapia per la "nevrosi primaria" dell'uomo all'origine, secondo lui, di tutti i mali.

    L'uomo sembra essere l'unico essere capace di astrazione e concettualizzazione (germi di pensiero ci sono però anche in altri animali, e non solo nei primati). La paura della morte ci accomuna comunque a tanti animali che non pensano, ma "sentono" il pericolo e sono terrorizzati (basta vedere come si comportano quando sono condotti al macello - la visita di un mattatoio dovrebbe fare parte del curriculum scolastico, e la raccomando a tutti, specialmente alle persone cosiddette sensibili ma che apprezzano molto una fiorentina).

    De Marchi mi è comunque piaciuto per il suo impegno contro l'esplosione demografica. Anche altre sue idee erano interessanti (per es. gli statali parassiti e sfruttatori e nuovo nemico di classe di chi lavora). Seguivo il suo blog, ma verso la fine aveva preso un po' una sbandata a destra, era addirittura filo-berlusconiano!

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  4. Caro Sergio, se ho capito bene le torie di De Marchi la differenza tra noi e gli altri animali, nei confronti della morte, sarebbe questa:
    gli altri percepiscono e temono la morte solo in alcuni particolari momenti, ovvero quando si trovano in una situazione di pericolo diretto ed imminente,
    mentre noi uomini SAPPIAMO SEMPRE, in ogni momento, che noi ed i nostri cari dovremo morire.
    Da qui discende una nevrosi primaria NON EPISODICA, per la quale, temo, non vi è nessun rimedio.
    Non è una teoria consolante, lo ammetto, ma mi pare convincente.

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    1. No, non mi convice questo "choc primario" di De Marchi. La consapevolezza della nostra finitudine e di quella dei nostri cari innanzi tutto non annulla la gioia di vivere e l'attaccamento alla vita. È una consapevolezza che ci accompagna probabilmente da sempre e che talvolta può rattristarci, ma che abbia costituito uno choc per l'uomo è solo una teoria.
      C'è poi da dire che i giovani non sono minimamente angustiati da questa consapevolezza perché «la morte non li riguarda»: è per loro un evento remotissimo e quindi quasi irreale e si godono perciò la vita (naturalmente anche i giovani possono subire dei traumi per la morte di una persona cara: è il momento in cui la morte non è più un pensiero astratto, ma un evento terribilmente concreto).
      Il pensiero della morte diventa invece molto probabilmente un compagno poco simpatico a partire da una certa età (per es. la mia) che non lascia molto spazio alle illusioni. Quante volte mi dico: chissà, forse è l'ultima volta!
      Ricordo che il pensiero della morte fu un choc per Tolstoi verso i 50 anni: l'età giusta per cominciare a ... riflettere (che non ce n'è più per molto).

      Comunque un rimedio forse c'è: il lavoro! Non quello penoso, alienante, umiliante, ma un lavoro gratificante, magari entusiasmante. L'ideale sarebbe essere colti da sorella morte nel pieno dell'attività (anche a 80 anni). Penso a Margherita Hack che mi sembra una persona felice proprio perché sempre attiva (oltre a essere una persona di sana costituzione mentale: non crede per esempio a babbo Natale!).

      In conclusione: lo choc primario è un'ipotesi soltanto (ma è argomento da approfondire, certo, non si può risolvere con due battute come ho fatto io).

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  5. << Comunque un rimedio forse c'è: il lavoro! Non quello penoso, alienante, umiliante, ma un lavoro gratificante, magari entusiasmante. >>

    Caro Sergio, trovo davvero molto interessante questa tua proposta di rovesciamento degli stereotipi generazionali: perchè mai andare in pensione deve essere sinonimo di non fare nulla ?
    Oggi, chi va in pensione smette brutalmente di lavorare e questo non è un bene per nessuno, nè per la persona nè per la società.
    Forse la soluzione più equilibrata (anche economicamente), sarebbe una fase intermedia di lavoro part-time, con un mix di stipendio più modesto + pensione ridotta.
    In fondo nelle società contadine nessuno andava mai veramente in pensione. Si continuava ad essere utili in mille modi, lasciando da parte solo le attività fisicamente più faticose.

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  6. E' la rimozione della consapevolezza della morte a creare la nevrosi alla base della cultura umana. La tesi di De Marchi è convincente ma ha la pretesa di spiegare tutto.
    Non spiega perché ci siano più di un milione di suicidi l'anno in tutto il mondo, e non spiega perché molte persone, nonostante tutto, affrontino la morte serenamente.
    Ne parlava già Montaigne.
    De Marchi deve molto a Ernest Becker, credo. Comunque, massimo rispetto per uno studioso che ha avuto il coraggio di inoltrarsi su sentieri ben poco battuti, specialmente in Italia ...

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  7. Quello dei suicidi è in effetti un ben triste problema, però potrebbe avere una spiegazione non in contrasto con le teorie di De Marchi.
    Si potrebbe cioè sostenere che si tratta di persone che, non riuscendo a sublimare diversamente lo stress derivante dallo shock primario, non trovano di meglio che arrendersi senza combattere.
    Per quelli, invece, che "affrontano la morte serenamente", devo ammettere di non avere una risposta.

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