Le Rivoluzioni, nonostante il loro fascino romantico, non sono quasi mai delle belle avventure, ma solo delle terribili tragedie, e – come se non bastasse - portano spesso ad un peggioramento sociale.
Questa è l'opinione di molti storici, ed in particolare di Andrea Zhok, che ce ne parla nel post di oggi, tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO.
LUMEN
<< In molte menti occidentali, male educate da una conoscenza sempre più miserabile della storia, si immagina la "rivoluzione" come una bella avventura, come qualcosa in qualche modo di naturale e creativo. "Rivoluzionario" è diventato nel '900 un termine lusinghiero, che si può applicare un po' ovunque, dalla musica pop alle primavere arabe.
Ora, una rivoluzione è un evento che, per definizione, deve scardinare un apparato di governo, un sistema istituzionale e una classe dirigente. SI tratta di un'operazione straordinariamente complessa per la semplice ragione che uno stato è una macchina complicata, e di solito non c'è alternativa al lasciare - obtorto collo - ampie zone di continuità, ad esempio lasciando l'apparato statale di medio livello nelle mani dei precedenti membri della classe dirigente.
Le rivoluzioni più "facili" sono quelle in cui la classe dirigente è già mentalmente conquistata da un nuovo modo di fare le cose, è già "rivoluzionata". Questo è forse il caso della Rivoluzione americana (1765-1783) che di fatto fu una guerra d'indipendenza da un re lontano, e in parte della Rivoluzione francese, per il ruolo indispensabile che la borghesia rivestiva già nello stato francese.
La rivoluzione produce per definizione una fase di caos in cui non esiste più legge, ed in cui regolarmente molti deboli ed innocenti vengono sacrificati. Nessuna rivoluzione è mai in grado di ricostruire dal nulla un apparato di governo e un sistema di relazioni burocratiche, normative, economiche.
La scommessa massima su cui si può puntare, per parlare di una rivoluzione "riuscita" è sperare che la nuova forma di governo presenti almeno alcuni tratti distintivi, irriducibili alle istituzioni precedenti. Ma che una rivoluzione, che un rovesciamento delle precedenti forme di governo, produca un nuovo Ordine, e addirittura un ordine funzionante e migliore è qualcosa di straordinariamente raro.
Nelle menti occidentali, nutrite da canoni economici, alberga spesso un'illusione dipendente da quella forma di "provvidenzialismo laico" che è l'idea di "mano invisibile" di Adam Smith. L'idea è che il caos sia naturalmente creativo, che il caos spontaneamente genererà un nuovo ordine, così fatalmente come dopo la tempesta apparirà il sereno (come i mercati ritroveranno l'equilibrio).
Solo che questa è una favola. Una rivoluzione è un'iniezione di caos in un sistema complesso e perciò tende a generare due opzioni prevalenti: 1) un caos perdurante (nessun nuovo ordine condiviso è disponibile); 2) un accentramento draconiano del potere in forme dittatoriali (esito classico, dovuto alla necessità di uscire dal caos).
Che una rivoluzione generi al termine del necessario tunnel caotico e sanguinario per cui deve passare una condizione di libertà, eguaglianza e ordine è un'opzione rarissima, di scuola, di norma un esito fortuito assai differente dagli ideali rivoluzionari.
La RIVOLTA - che non è ancora rivoluzione - può giocare un ruolo politicamente significativo, ma può farlo solo se e quando ci sono ordinamenti politici esistenti capaci di farsi portavoce delle rivolte e mutarle in riforme. Questo è, per così dire, un caso estremo di contrattazione politica in una cornice istituzionale immutata (storicamente lo "sciopero generale" ne fu la forma addomesticata, che intendeva mostrare il potenziale della rivolta, senza la sua attuazione distruttiva.)
Qual è il punto di questa digressione? (…) Il punto è che una rivoluzione è un evento caotico, drammatico, sanguinoso, dagli esiti altamente incerti e tipicamente peggiorativi. Le rivoluzioni hanno ragioni d'essere quando NON sono colpi di stato manovrati da stati terzi e quando la situazione interna di un paese è PROSSIMA AL COLLASSO (così, ad esempio, era la Russia nel 1917, alla vigilia della Rivoluzione d'Ottobre).
Quando c'è ben poco da perdere la rivoluzione ha ragion d'essere, come supremo atto vitale CONTRO IL CAOS, atto di protesta generica che vuole far esplodere un sistema che non garantisce più un ordine funzionante, un sistema dove le aspettative razionali sono sostituite dal caso o dall'arbitrio.
All'uscita dalla rivoluzione è praticamente certo che i margini di libertà individuale saranno ridotti, forse solo per lungo tempo, forse permanentemente. E dunque immaginare di fare una rivoluzione per accrescere la libertà è generalmente un grave fraintendimento. Le rivoluzioni non sono atti di creazione intellettuale o artistica. Le rivoluzioni si fanno quando non c'è più niente da perdere, e sono una roulette russa della storia.
Ecco, io credo che la strisciante brama psicologica di rivoluzione, di cambiamento radicale, in Occidente sia dovuta solo in parte ad una tradizione letteraria post-illuminista, che fantastica di un caos creativo che abbatte la tradizione. Credo che essa sia invece soprattutto prodotta da una sensazione psicologica diffusa nell'Occidente moderno. Si tratta della sensazione di vivere all'interno di un meccanismo anonimo, colossale ed oppressivo, mentre ti era stato promesso sin da bambino il regno della libertà e dell'autorealizzazione.
Su questa base cresce nel corso della vita media un muto senso di soffocamento, cui si vorrebbe reagire in modo violento e lacerante. Ma non si ha più alcuna capacità di identificare il volto del "sistema" e dunque chi attualizza le sue fantasticherie si riduce a qualche "giorno di ordinaria follia". Di conseguenza, mediamente, si rimane in una condizione di frustrazione perenne,, in una prigione senza sbarre.
A partire da questo sentimento diffuso, si è pronti a salutare con eccitazione ed entusiasmo anche eventi apparentemente drammatici (...) Ed è su questo sfondo che si è inclini a proiettare i propri desideri palingenetici in scenari esterni, esotici, purché ci dipingano in maniera convincente il Volto dell'oppressione (quel volto che noi non vediamo mai e che riducono le nostre ribellioni a fantasie private e sogni notturni). >>
ANDREA ZHOK
COMMENTO di G.P. VALLA
RispondiEliminaAnche se, in linea di massima, sono scettico sulla esistenza di leggi universali e ricorrenze nella storia, concordo sulle osservazioni di Zhok. Si tratta di una questione di buon senso: quando viene violentemente rovesciato un governo consolidato, nei primi tempi almeno è necessario rafforzare il nuovo regime e soprattutto stroncare i possibili colpi di coda dei precedenti detentori del potere, certo non felici del ribaltone. Di qui l'inevitabile fase repressiva, che peraltro può anche (non necessariamente) cronicizzarsi.
È molto acuta poi la distinzione fra "rivoluzione" e "rivolta".
Per quella che è la mia esperienza, non vedo invece "una strisciante brama psicologica di rivoluzione", come ritiene Zhok. Non che non ve ne sarebbe motivo, dato il pluridecennale peggioramento della situazione sociale ed economica, l'abolizione di diritti che sembravano acquisiti definitivamente, la distruzione dello Stato sociale frutto di lotte secolari; ma - a fronte di tutto ciò - è del tutto assente non solo un qualche progetto rivoluzionario, ma nemmeno il tentativo di opporsi al degrado crescente, o la semplice consapevolezza che ciò potrebbe essere possibile. Al massimo ci si astiene alle elezioni.
Questa apatia generalizzata è il frutto di decenni di distruzione dei partiti di massa connotati ideologicamente, di addomesticamento dei sindacati, di controllo ferreo dei mass media, di cessione della sovranità a organismi internazionali non democratici controllati dalle oligarchie finanziarie.
Non per nulla è di moda e si esalta la "resilienza": l'attitudine di subire senza reagire e tirare avanti lo stesso. La virtù (o presunta tale) degli schiavi.
Caro Beppe, in effetti sulla tranquillità sociale si incrociano due interessi convergenti.
EliminaDa un lato, quello delle elites che hanno la necessità, per ovvii motivi, di non doversi confrontare con opposizioni violente.
Dall'altro, quello della maggioranza delle persone che, a parte gli insoddisfatti cronici, è ben lieta di potersi fare gli affari suoi, in una cornice sociale ragionevolmente accettabile.
E questa, come fai notare giustamente tu, è un po' la fotografia della situazione attuale in Italia, dove il massimo del comportamento ribelle consiste nell'astensionismo elettorale.
D'altra parte, ci sono veramente delle alternative praticabili ? E, soprattutto, ci sono delle alternative che possano portare davvero ad un miglioramento ?
Io non lo so, ma la risposta non è semplice.
Nel suo saggio "Il tramonto delle rivoluzioni" Ortega y Gasset offre una diversa definizione di rivoluzione - almeno in teoria una rivoluzione può benissimo realizzarsi senza il minimo spargimento di sangue. Sollevazioni e rivolte scoppiano contro gli abusi, una vera rivoluzione invece tende a un cambio radicale degli usi e costumi.
RispondiElimina"In questi saggi, Ortega espone una definizione di "rivoluzione" come una modifica dello stato mentale dell'uomo, del suo meccanismo psichico. Di fronte all'idea della rivoluzione come confronto violento contro l'ingiustizia di un ordine stabilito, Ortega sostiene che la rivoluzione sia contro le usanze, non contro gli abusi. "La cosa meno essenziale delle vere rivoluzioni è la violenza. Anche se ciò è improbabile, è persino possibile immaginare che una rivoluzione venga portata a termine sul nascere, senza una goccia di sangue." Cioè, la rivoluzione è un cambiamento nella forma mentale, nelle convinzioni, nei valori, nella sensibilità delle persone, in breve, una trasformazione del modo in cui vediamo il mondo, dello stato di coscienza, della rappresentazione che facciamo della realtà."
Molto interessante.
EliminaIn effetti il termine viene usato spesso anche in ambito economico o culturale: rivoluzione industriale, rivoluzione informatica, rivoluzione della stampa, ecc.
Credo però che l'autore del post si riferisse solo alla rivoluzione in senso politico.
E lì la violenza è quasi inevitabile.