Io credo nell'esistenza delle Razze Umane e sono fermamente contrario all'immigrazione di massa (quale sta subendo l'Europa in questi decenni).
Però non sono Razzista. Com'è possibile ? Provo a spiegarlo in questo post, frutto di un lungo dialogo con Copilot.
LUMEN
Quando si parla di differenze tra civiltà, culture o gruppi umani, il dibattito pubblico tende a muoversi tra due estremi speculari: da un lato chi vede le differenze come gerarchie, dall’altro chi le nega del tutto. Entrambe le posizioni sono rassicuranti perché semplificano, ma proprio per questo sono fuorvianti. La prima trasforma la complessità in una scala verticale; la seconda la cancella in un’uguaglianza piatta. Nessuna delle due permette di capire davvero come funzionano le culture e perché la diversità sia una delle forze più creative dell’umanità.
Per comprendere la ricchezza delle differenze culturali bisogna partire da un’idea semplice ma potente: ogni civiltà è un modo specifico di distribuire energia cognitiva. Con questa espressione si intende l’insieme delle risorse mentali, simboliche e creative che una società investe in certi linguaggi, certe sensibilità, certe forme di vita.
Ogni cultura, nel corso dei secoli, decide — spesso senza saperlo — quali strumenti affinare, quali competenze rendere centrali, quali dimensioni dell’esperienza umana elevare a valore. È come se ogni civiltà fosse un laboratorio evolutivo che esplora una particolare traiettoria dell’intelligenza umana.
Alcune culture hanno investito nella parola, altre nell’immagine, altre ancora nella matematica, nella musica, nella tecnica, nella metafisica. Non esistono culture “superiori” o “inferiori”: esistono culture che hanno sviluppato eccellenze diverse, risposte diverse alle sfide dell’ambiente, della storia, della memoria collettiva. Ogni differenza è una possibilità, non un difetto.
Il giudaismo, ad esempio, ha concentrato enormi quantità di energia cognitiva nella parola, nella logica, nell’interpretazione. La centralità della Torah e del Talmud ha creato una tradizione di pensiero analitico, dialettico, capace di affrontare problemi complessi con una finezza rara. La discussione, la disputa, il ragionamento casistico sono diventati strumenti quotidiani, quasi naturali. Non stupisce che, in epoca moderna, questa tradizione abbia prodotto eccellenze straordinarie nelle scienze, nella filosofia, nella matematica. Non per genetica, ma per cultura: per secoli, la mente ebraica è stata allenata a ragionare, interpretare, dedurre, discutere.
L’Islam, invece, ha sviluppato una straordinaria sensibilità per l’astrazione. La diffidenza verso l’immagine figurativa — nata in un contesto in cui l’immagine era quasi esclusivamente religiosa e quindi potenzialmente idolatrica — ha spinto la creatività verso altre direzioni: la geometria, la calligrafia, l’ornamento infinito. L’arte islamica è una celebrazione dell’ordine cosmico, della ripetizione, della simmetria, dell’infinito. È un’estetica che non imita la natura, ma la trasfigura. Anche qui, l’energia cognitiva si è concentrata su un canale preciso: l’astrazione come forma di spiritualità.
L’Europa cristiana ha costruito una civiltà dell’immagine. La figura umana, la narrazione visiva, la prospettiva, la rappresentazione del sacro e del profano hanno modellato secoli di arte, architettura, iconografia. La pittura occidentale è diventata un linguaggio complesso, capace di raccontare storie, emozioni, idee. Anche qui, l’energia cognitiva si è concentrata su un canale preciso: la visione come forma di conoscenza.
L’India ha esplorato la metafisica come nessun altro. Le grandi tradizioni filosofiche indiane hanno sviluppato concetti di una profondità vertiginosa: la natura del sé, l’illusione, la coscienza, il ciclo delle rinascite, la liberazione. È una civiltà che ha investito enormi risorse mentali nella speculazione, nella meditazione, nella comprensione dell’interiorità.
La Cina ha raffinato l’arte dell’amministrazione, della tecnica, dell’ingegneria sociale. La burocrazia imperiale, gli esami di stato, la centralità dell’ordine e dell’armonia hanno creato una cultura della continuità, della stabilità, della competenza. Anche qui, l’energia cognitiva si è concentrata su un canale preciso: la gestione della complessità sociale.
Ogni cultura è un esperimento cognitivo. Ogni civiltà è una forma di intelligenza collettiva. Ogni differenza è una possibilità. Il razzismo nasce quando questa diversità viene trasformata in una scala verticale: superiore/inferiore, puro/impuro, noi/loro. È un errore concettuale prima ancora che morale, perché confonde la differenza con la gerarchia. E da questa confusione nasce il tratto più tossico del razzismo: il terrore della contaminazione.
Il razzismo non teme l’altro: teme la mescolanza. Teme che l’identità si trasformi, che la purezza si perda, che il confine si dissolva. È un pensiero che vive di fragilità, non di forza. Se l’altro è “inferiore”, allora mescolarsi diventa pericoloso; se l’identità è vista come un oggetto fragile, allora ogni incrocio appare come una minaccia. Da qui derivano i divieti dei matrimoni misti, le ossessioni sulla purezza del sangue, le fantasie di sostituzione, le paure della “diluizione”.
Ma questa logica è infantile. Le culture non sono mele che si dividono: sono idee che si moltiplicano. Qui la celebre frase di George Bernard Shaw diventa perfetta: se io ho una mela e tu hai una mela e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela ciascuno; ma se io ho un’idea e tu hai un’idea e ce le scambiamo, abbiamo entrambi due idee. Le culture funzionano esattamente così. L’incontro non impoverisce, arricchisce. L’ibridazione non indebolisce, rafforza. La contaminazione non distrugge, crea.
Le civiltà più creative della storia sono sempre state quelle più ibride: l’ellenismo, l’Andalusia islamica, l’Italia rinascimentale, l’India moghul, gli Stati Uniti moderni. Ogni grande fioritura culturale nasce da un incrocio, da un dialogo, da una mescolanza. Al contrario, le culture che hanno inseguito la purezza sono finite nella stagnazione, nella paranoia, nella regressione. La purezza è sterile; la diversità è feconda.
L’antirazzismo più intelligente non consiste nel dire “siamo tutti uguali”, perché questa frase, pur animata da buone intenzioni, cancella proprio ciò che rende l’umanità interessante: la pluralità delle forme di vita. Il vero antirazzismo consiste nel dire: siamo diversi, e proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri. Non uguaglianza piatta, ma pari dignità nella diversità. Non assimilazione, ma ibridazione. Non cancellazione delle identità, ma dialogo tra identità.
LUMEN & COPILOT
POSCRITTO
Nella foga del dialogo con Copilot mi sono dimenticato di precisare una cosa importantissima: che mentre la mescolanza 'etnica' è sempre positiva, perchè consente di incrociare il pool genico in modo creativo, la mescolanza 'culturale' va trattata con molta cautela.
E' positiva quando viene praticata tra nazioni di cultura diversa che si incontrano amichevolmente in una situazione di pace; è negativa quanto la commistione avviene in situazioni di guerra, oppure a seguito di migrazioni incontrollate che creano gruppi non assimilabili. E la storia è lì a confermarlo.
LUMEN
"L’incontro non impoverisce, arricchisce. L’ibridazione non indebolisce, rafforza. La contaminazione non distrugge, crea."
RispondiElimina"Ogni grande fioritura culturale nasce da un incrocio, da un dialogo, da una mescolanza. Al contrario, le culture che hanno inseguito la purezza sono finite nella stagnazione, nella paranoia, nella regressione. La purezza è sterile; la diversità è feconda."
Firmato Jorge Bergoglio
Erano le sue parole. Il meticciamento o ibridazione per crescere, per non isterilirsi. Nessuno mette in dubbio che lo scambio - culturale e commerciale - sia utile o persino necessario. Ma qui è in gioco un'altra cosa: la cancellazione delle identità, la creazione di un mondo unico con un governo mondiale. A che scopo? Per vendere di più, per renderci il più possibile tutti uguali, per dominarci meglio. Le uniche differenze devono essere folkloristiche, ininfluenti. Un po' di diversità è poi necessaria perché l'uniformità assoluta è una noia mortale e quindi controproducente per l'economia e quindi per il dominio delle elite.
Io non ne posso più del discorso antirazzistico, diventato il cavallo di battaglia della sinistra idiota e parassita e anche della Chiesa. Hanno persino inventato il "razzismo strutturale" per cui siamo tutti razzisti senza saperlo e in quanto tali peccatori che devono pagare il fio. Per la Chiesa siamo tutti peccatori per via del peccato originale e persino la redenzione di Gesù non ha lavato quel peccato. Per cui non possiamo fare a meno di peccare (è un fatto "strutturale", non ci possiamo fare niente, peccheremo sempre e dovremo pentircene, fare naturalmente penitenza - e il papa e le elite ridono, si dicono anche loro peccatrici, ma solo un po').
Il cosiddetto razzismo nasce dalla naturale diversità e identità dei popoli e degli individui. Il diverso è almeno all'inizio un potenziale pericolo. Il discorso del papa e delle elite (il papa è un servo delle vere elite) è che la diversità è ricchezza e quindi dobbiamo mescolarci, così "cresceremo", cioè godremo di più tutti, diventeremo ancora più ricchi e intelligenti.
Mi dice l'avvocato: è legittimo dire che qualcuno mi è antipatico, ma è reato dire che mi è antipatico perché è una donna, un nero, un omosessuale, un ebreo, un diverso o un allogeno ecc.
Allora si è razzisti (o omofobi, maschilisti, antisemiti ecc. - tutti brutti ceffi da sbattere in galera o rieducare).
Dunque dobbiamo fare un altro passo: dichiarare che anche l'antipatia è razzismo o una forma di razzismo. Un cristiano del resto non può provare antipatia per qualcuno, sarebbe un peccato (il peccato strutturale non estirpabile ma da espiare).
Tutti uguali, ma tutti diversi. Un po' la quadratura del cerchio, come astuti come i serpenti e candidi come le colombe.
Le elite ridono, ridono, ridono: attenti a voi razzisti strutturali!
<< Mi dice l'avvocato: è legittimo dire che qualcuno mi è antipatico, ma è reato dire che mi è antipatico perché è una donna, un nero, un omosessuale, un ebreo, un diverso o un allogeno ecc. >>
EliminaCaro Sergio, ma l'avvocato ha ragione.
E non solo dal punto di vista giuridico, ma anche da quello sociale.
Io devo sicuramente essere libero di scegliere e di valutare le persone, ma non per categorie, per conoscenza personale.
Una volta, avevo pubblicato un pensierino su questo punto, che può essere utile anche come commento a questo post. Lo riporto qui di seguito.
DISCRIMINARE
EliminaUno dei messaggi sociali più ripetuti e martellanti di questi ultimi anni è che non bisogna mai discriminare nessuno.
Il precetto è sicuramente improntato alle migliori intenzioni ed appare condivisibile, ma solleva un problema importante.
Perchè 'discriminare' vuol dire 'scegliere', e la nostra vita è fatta continuamente di scelte, che sono ripetute ed inevitabili, sulle persone e sulle cose.
Posso acquistare il prodotto X o il prodotto Y, ma quando scelgo X sto discriminando il fabbricante del prodotto Y.
Posso decidere di avere un rapporto di amicizia (o di lavoro, o sentimentale, o quel che volete voi) con la persona X o con la persona Y, ma quando decido di scegliere la persona X sto discriminando la persona Y. E così via.
Come se ne esce ?
Una soluzione ottimale, con le persone, forse non esiste, ma è possibile usare una prudente 'via di mezzo'.
Una via che ci invita ad evitare le discriminazioni a priori, cioè per categorie, ma ci consente di continuare a scegliere (e quindi inevitabilmente a discriminare) tra le singole persone, dopo averle conosciute.
E questo, senza dover dare nessuna spiegazione né giustificazione, perchè ogni scelta è una semplice manifestazione della nostra autonomia.
LUMEN
Accidenti, nella prima replica dài ragione a quello scemo di avvocato, mi deludi. Perché non posso dire che io certe persone le evito (zingari, neri, omosessuali, migranti, stranieri ecc.) per principio ovvero per pregiudizio. I pregiudizi sono spesso ben fondati per le esperienze personali e ho tutto il diritto di generalizzare, ma con giudizio ovviamente, una persona anche solo un po' intelligente non generalizza sempre e comunque. Ma i pregiudizzi servono eccome, ne fai sicuramente uso anche tu (o vuoi farti fregare dallo zingaro - alla larga o almeno attento al portafogli).
EliminaInvece d'accordissimo sulla seconda replica o commento. Scegliere significa discriminare e lo facciamo tutti i giorni, anzi ogni momento. L'UE ha fatto dell'antidiscriminazione uno dei suoi pilastri: chi discrimina commette reato. C'è però un tipo di discriminazione che nessuno, proprio nessuno condanna, inclusi i maestri dell'antidiscrinazione: l'estrema e scandalosa discriminazione salariale. I parlamentari socialisti e comunisti e verdi si fottono salari da nababbi pur essendo delle nullità. Sì, lo so, le differenze salariali hanno delle spiegazioni, mi dirai che le differenziazioni salariali non sono discriminazione. E invece per me lo sono se penso a certi pezzi di ... in parlamento che fanno i socialisti e i comunisti col c... degli altri.
Caro Sergio, certo che le differenze salariali sono discriminazioni; tutte le differenze sociali lo sono.
EliminaSi differenziano, dal punto di vista etico, solo nella misura in cui sono giustificate o ingiustificate.
Molto spesso sono giustificate, in quanto ogni lavoro ha un suo coefficiente di difficoltà o di impegno o di responsabilità, che porta necessariamente ad un salario diverso.
Ma ci sono anche quelle ingiustificate, di cui beneficiano i dipendenti privilegiati (imboscati, raccomandati, ecc.) ed, in genere, tutti i membri delle elites.
Ma qui forse stiamo scivolando off topic.
Il purosangue arabo che vince la carriera frange la stessa biada del ronzino affianco che si è piazzato ultimo. Notevole esempio di non disuguaglianza nel trattamento, nei diritti fondamentali, malgrado differenze fisiche, appartenenza a generi o censi diseguali.
RispondiEliminaAd onta delle fumogene lectio magistralis ritengo le differenze, almeno nei bisogni primari,non facciano la felicità, né si tratti di cosa ineluttabile, ovvero pianificata prima dello spettacolo diuturno ed eterno dai nostri capataz che godono delle sofferenze umane come gli imperatori romani godevano nelle arene, nelle impari lotte fra fanciulli e fiere affamate.
Piace vincere facile e conservare le posizioni, altrimenti i biscazzieri fermano il gioco e si portano via la palla , cosa a mio avviso auspicabile, ovvero affan.... scherani e vassalli, nani e ballerine.
Affan.... pure al popolo minuto che ha grande stomaco e piccolo cervello
A proposito dei corse dei cavalli (settore peraltro che non mi ha mai affascinato) ecco cosa ho trovato sul Web:
Elimina<< I cavalli da corsa sono animali selezionati per velocità, resistenza e agilità, con razze celebri come il Purosangue Inglese, il Quarter Horse e il Cavallo Arabo.
= Purosangue Inglese: Considerato il cavallo da corsa per eccellenza, nasce dall’incrocio di cavalli orientali con fattrici europee. È alto circa 1,73 m, con muscolatura potente, arti lunghi e torace profondo, ideale per medie distanze e galoppo veloce.
= Quarter Horse: Originario degli Stati Uniti, eccelle negli sprint fino a 400 metri grazie a un posteriore muscoloso e scatti esplosivi. È noto per accelerazioni fulminee e agilità nelle corse brevi.
= Cavallo Arabo: Meno veloce nello scatto rispetto al Purosangue o al Quarter Horse, ma imbattibile nella resistenza a lungo termine. È spesso protagonista nelle gare di endurance e possiede grande intelligenza e capacità respiratoria. >>