giovedì 23 aprile 2026

Vita da Cani

Il post di oggi è dedicato alla socialità tra gli animali superiori, con particolare riferimento ai nostri amici cani ed ai loro antenati lupi. I testi sono tratti dalla pagina Facebook SCIENZIATI, FILOSOFI E ALTRI ANIMALI.
LUMEN


<< I primi studi sulla socialità sono stati fatti in psicologia, guardando agli altri primati per confrontare e vedere se c'erano somiglianze e quindi basi genetiche comuni. C'erano.
Nel frattempo gli etologi studiavano alacremente la socialità negli altri animali, cani in testa (pensate a Lorenz, cioè all'incipit dell'etologia). 

Ad un certo punto gli psicologi si sono resi conto di alcune cose:
= Che era utile studiare la socialità dal punto di vista etologico (la radice genetica, il comportamento innato).
= Che era altrettanto utile studiare altre specie, non solo i primati, per capire i meccanismi mentali della socialità.

La mente sociale dei canidi, cioè il loro comportamento, per moltissimi aspetti "ricalca" la nostra, e sono animali già ben conosciuti dal punto di vista etologico.
Il cane (Canis lupus familiaris) è osservabile in condizioni naturali (diverse da quelle di laboratorio) con comodo, dato che per lui la vita con l'uomo è naturale, grazie alla domesticazione. Quindi è ad oggi la specie forse più studiata per quanto concerne la "comparative social cognition" (concedetemi l'inglese, la traduzione è orripilante).

Gli aspetti comportamentali innati tipici della mente sociale del cane, quelli comuni a tutti gli animali sociali appunto, sono ereditati dal lupo; infatti la simbiosi mutualistica e la coevoluzione sono state possibili ed hanno avuto un enorme successo proprio grazie alla mente sociale comune.
Ma nel cane ne sono presenti altri che mancano nell'antenato e viceversa: il cane ha perso delle capacità sociali che nel lupo sono presenti.

L'effetto principale della domesticazione (...) è stato quello di trasferire sull'uomo la mente sociale. I cani sono abilissimi nel comprendere il comportamento sociale e la comunicazione dell'uomo (volontaria e non), sia verbale che mimica; perfino più dotati, in questo, degli scimpanzé (!).
Ad esempio gli scimpanzé interpretano la risata umana come manifestazione di aggressività, i cani no. Ci sono tanti altri casi ma questo è un classico.

Inutile dire che loro sono molto più abili nel capire noi di quanto noi siamo nel capire loro, anche perché noi spesso manco ci proviamo, da qualche tempo in qua. Ma per molte migliaia di anni Homo sapiens si impegnava invece parecchio, e certi tratti della mente sociale del cane (e non del lupo e degli altri canidi) sono talmente simili ai nostri da far pensare che si tratti di coevoluzione.

Non è il caso di ricordare quanto bene i cani leggano, letteralmente, la paura nelle persone, ma forse non tutti sanno che comprendono lo sguardo al punto che se si nasconde qualcosa in un barattolo [facente parte di un gruppo] di quattro e poi si fa entrare il cane, lui invariabilmente andrà al barattolo che stiamo guardando.

Queste sono caratteristiche della mente sociale, e sono tali che i cani spesso fregano i ricercatori e certi test si devono fare in doppio cieco. Infine, sono enormemente empatici nei confronti dell'uomo, con tanto di comportamenti consolatori. >>


<< Concludiamo la carrellata con le differenze emerse da vari studi tra il cane ed il suo antenato selvatico, certamente a base genetica e frutto del processo di domesticazione. Che i cani leggono molto meglio la comunicazione non verbale umana rispetto ai lupi è già stato detto.

Tutti i canidi prosociali (lupi, cani, licaoni) hanno il senso di giustizia come i primati, ma i cani sono più tolleranti e concilianti, i lupi molto meno, arrivando a rifiutarsi di collaborare con chi è sleale con loro; quindi la tolleranza (verso le ingiustizie subite dall'uomo) è frutto della domesticazione, ma non il senso di giustizia, come si pensava.

Però la domesticazione ha in parte rovinato la capacità di lavorare in gruppo e di collaborare, nel cane; in pratica ha attenuato l'"istinto di branco". (…) La cattura di un animale richiede azioni molto sincronizzate, delle quali i lupi sono effettivamente capaci.

Se nel cane questa perdita sia dovuta a mancanza di selezione degli individui incapaci di lavorare in team, o ci sia stata una selezione da parte dell'uomo degli animali che non facevano di testa loro ma aspettavano un comando, non si sa.
I lupi sono risultati essere più prosociali dei cani anche nello "sharing", cioè dividono tra loro le risorse più dei cani.

Nel lavoro [di ricerca] si è fatto più o meno quello che De Waal ha fatto con gli scimpanzé: due animali in vista tra loro, di cui uno aveva accesso a due pulsanti, uno [dei pulsanti] faceva ottenere cibo a lui, l'altro ad entrambi. In presenza dell'altro individuo, il pulsante dello "sharing" veniva premuto molto più dell'altro. Dai lupi, dai cani meno.

Sono del resto arcinoti casi di sharing tra lupi (e licaoni) in natura: gli animali feriti o impossibilitati a cacciare vengono nutriti dagli altri. E se si dà ad un gruppo di cuccioli di cane del cibo, i più grossi e forti tendono a cercare di accaparrarsi tutto, mentre tra i lupi, fin da cuccioli, si divide. Anche la capacità di dividere quindi, che si riteneva nel cane frutto della domesticazione, non solo non lo è affatto, ma anzi il cane è meno prosociale del lupo.

Nel gioco, tra i cuccioli di lupo, i più forti tendono a giocare alla pari. Esempio per capirci: chi strangola e chi è strangolato, chi scappa e chi rincorre; giochi molto comuni che chiunque abbia due cani ha visto di sicuro; i cuccioli di lupo fanno un po' per uno più dei cani.
Infine, come chicca finale, dopo una lite i lupi fanno pace, cioè cercano la riconciliazione, i cani risolvono evitandosi a vicenda.

I comportamenti elencati qui sopra sono tutti tipici degli animali prosociali, fanno parte di quell'insieme di caratteristiche che fanno parte della cosiddetta social cognition. In Canis lupus familiaris sono presenti ma generalmente più debolmente rispetto al lupo, o meglio sono rivolti molto più all'uomo che ai conspecifici: il processo di domesticazione. >>

SCIENZIATI, FILOSOFI E ALTRI ANIMALI.

giovedì 16 aprile 2026

Pensierini - XCIII

IL MISTERO DEL LIBERO ARBITRIO
Nel criticare il libro “Determinati” del biologo americano Robert Sapolsky, che nega l'esistenza del libero arbitrio portandone le prove scientifiche, l'U.C.C.R. (Unione Cristiani Cattolici Razionalisti) conclude con questa sorpendente affermazione:
<< Il punto è sempre quello, chi si affatica a minare la grandezza dell’uomo (la sua libertà in questo caso), è sempre dettato dal voler ridurre la creatura per negare il Creatore. Il libero arbitrio è inaccettabile [per quelli come Sapolsky – NdL] perché resta un mistero ed è proprio ciò che ci aspetteremmo di trovare se un Dio buono avesse creato l’umanità. >>
Quindi, se ben ho compreso, siccome esiste un Dio creatore buono, fonte di ogni verità e di ogni luce, è giusto ed inevitabile che le cose del mondo ci appaiano come un mistero e che non le possiamo capirle.
A voi il ragionamento sembra logico ? A me no.
Chi meglio di un Dio onniscente (se davvero esistesse) potrebbe spiegarci le cose con chiarezza e toglierci dall'oscurità ?
Comunque, per tornare al presunto mistero del Libero Arbitrio, la sua inesistenza è ormai talmente ovvia da non meritare altre discussioni.
Nel momento in cui la scienza ha accertato l'inesistenza, dentro di noi, del famoso Homunculus, la mitica entità che prenderebbe le decisioni per noi, il discorso mi sembra defionitivamente chiuso.
LUMEN


IL FASCINO DEL DENARO
Ci sono persone che amano il denaro ed altre che lo detestano; nessuno però può negare la sua importanza fondamentale nella società moderna e neppure il suo fascino.
Da cosa dipende ?
Secondo me, il fascino del denaro è connesso con la spinta genetica alla superiorità tipica degli esseri umani e deriva dal fatto che il denaro – in linea di principio - è accessibile a tutti.
Perchè non tutti possono superare gli altri nella bellezza, o nell'abilità, o nella forza, o nell'intelligenza o nel rango sociale, ma tutti possono diventare più ricchi, superando gli altri nel possesso del denaro.
Inoltre si può diventare ricchi in tanti modi diversi, leciti e meno leciti: ci si può arrivare con l'impegno o con la violenza, con il talento o con l'inganno, oppure anche solo con la fortuna.
Ma nessuno è escluso a priori, e tutti – almeno in teoria - possono superare gli altri nella ricchezza. E questo conferisce al denaro un fascino ineguagliabile.
LUMEN


RIVEDERE UN FILM
Dietro ai nostri film preferiti, quelli che ci hanno affascinato sin dalla prima volta che li abbiamo visti, ci sono mille cose che si possono vedere solo DOPO.
Sia in senso cronologico che di consapevolezza. Perché succede questo?
Perché i film davvero grandi hanno più livelli: il livello narrativo (la storia che viene raccontata); il livello emotivo (le sensazioni che ci colpiscono); il livello simbolico (le immagini ed i significati); il livello registico (le inquadrature, le scene, il montaggio); il livello culturale (il contesto storico e sociale del tempo).
La prima volta vedi la storia. La seconda vedi la regia. La terza vedi te stesso. 
I film importanti cambiano insieme a noi perchè ogni volta che li rivediamo, siamo una persona diversa. E quindi vediamo un film diverso.
I film importanti non ti dicono cosa pensare. Ti mettono davanti a uno specchio. E quello specchio cambia con te.
Ci sono film che a vent’anni sembrano romantici, a trenta sembrano tragici, a cinquanta sembrano veri. E questo non perché il film sia ambiguo, ma perché la vita è ambigua.
Perché certe cose non si capiscono da giovani; non si capiscono da semplici spettatori; non si capiscono senza aver perso qualcosa; non si capiscono senza aver vissuto certe esperienze. 
Il cinema è un’arte che cresce con noi. E noi cresciamo attraverso il cinema.
LUMEN


LO STUDIO DELLA FILOSOFIA
La Storia della Filosofia è ancora oggi una materia importante a livello scolastico ed universitario.
Ma il suo studio, che oltretutto è lungo ed impegnativo perchè si sviluppa su quasi 3 millenni, ha ancora un senso ?
Certo, i Filosofi sono delle menti eccelse, su questo non ho dubbi, ma commettono un errore di metodo.
Elaborano le loro teorie sulla base delle loro esperienze e convincimenti personali, mentre la scienza si basa su misurazioni oggettive ed esperimenti collettivi ripetuti.
La differenza è tutta lì.
I filosofi quindi sono eccellenti per sollevare le domande, ma non sono attrezzati per dare le risposte.
Di conseguenza, la storia della filosofia dovrebbe essere studiata come semplice curiosità: come un giurista può studiare la storia del diritto o un medico la storia della medicina.
Può essere interessante vedere come si è evoluto il pensiero umano, perchè i problemi che la filosofia affronta e che tenta di spiegare, in fondo, sono sempre gli stessi.
Ma le soluzioni proposte dai filosofi non servono per capire come stanno le cose, se non in alcuni casi marginali in cui, comunque, la correttezza dell'intuizione filosofica è tale solo perchè è stata confermata dalla scienza.
Quindi, parafrasando Manzoni: utile sì, ma con judicio.
LUMEN

giovedì 9 aprile 2026

Stabat Mater

Da qualche tempo si nota, nelle varie nazioni del mondo, un numero molto elevato di donne che hanno raggiunto il vertice della politica. A parte la novità, qualcuno ha rilevato che il potere al femminile ci sembra più dolce e materno, e quindi finisce per sembrare più accettabile.
A questo argomento è dedicato il post di oggi, con un interessante testo di Aldo Erik tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO. A seguire un breve riepilogo, tratto dal web, sul potere femminile nella storia.
LUMEN


<< Ogni struttura di potere deve risolvere un problema fondamentale: come esercitare decisioni dure senza apparire pura coercizione. La forza genera obbedienza temporanea; la legittimazione emotiva genera consenso duraturo. È in questo spazio che l’archetipo materno diventa uno degli strumenti simbolici più potenti della storia.

La madre è la prima esperienza di protezione, nutrimento e dipendenza. È una figura pre-politica, pre-ideologica, radicata nella biologia e stratificata nella cultura. Quando il potere si associa a quell’archetipo, beneficia di un riflesso condizionato di fiducia. Non deve dichiararsi benevolo: viene percepito come tale.

Il cristianesimo lo comprende presto. Con la proclamazione di Maria come Theotokos al Concilio di Efeso, la figura materna diventa parte strutturale dell’architettura teologica. Dio può essere giudice; la madre è intercessione. L’ordine può essere severo; la maternità lo rende umanamente sopportabile.

Nel Medioevo, in un’Europa attraversata da guerre e pestilenze, la devozione mariana esplode. Non è folklore. È un dispositivo di stabilizzazione emotiva. La trascendenza viene filtrata attraverso la cura. Il potere si ammorbidisce nel simbolo.

Nell’Ottocento, con la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione tramite Ineffabilis Deus, il rafforzamento mariano avviene in un momento di crisi dell’autorità temporale. Non si inventa Maria. Si consolida il suo ruolo simbolico mentre il potere politico vacilla. Quando la struttura trema, l’archetipo materno offre continuità.

Questo schema non è esclusivamente occidentale. La “Madre Russia”, Marianne in Francia, figure di compassione come Guanyin nell’Asia orientale: culture diverse, stesso meccanismo. Il potere si presenta attraverso il volto che disarma.

Il punto centrale non è morale ma strutturale: l’innocenza percepita è uno scudo. La maternità produce una presunzione di bontà. Criticare ciò che si presenta come cura è più difficile che criticare ciò che si presenta come forza.

Ed è qui che il discorso entra nel presente. Non è una questione di singoli nomi — Ursula, Giorgia, Sanna, Kristine. Non è un giudizio sulle persone né una tesi sul genere. È un’osservazione sul dispositivo simbolico: quando il potere contemporaneo assume un volto femminile, soprattutto in contesti di crisi o di decisioni controverse, beneficia di una protezione narrativa supplementare.

L’opposizione [al potere femminile] appare più aggressiva. La critica rischia di essere percepita come attacco personale. La durezza delle decisioni viene filtrata attraverso un’immagine di responsabilità, cura, stabilità.

Non si tratta di sostenere che le donne siano più inclini all’abiezione. La storia dimostra che brutalità e competenza non sono variabili di genere. Si tratta di riconoscere che l’archetipo materno – anche quando non esplicitamente evocato – opera sotto traccia nelle percezioni collettive.

Il potere non crea l’archetipo. Lo eredita. Ma può utilizzarlo. Quando il volto è materno, il sistema appare meno minaccioso. Quando la narrazione è di protezione, la disciplina diventa necessità. Quando la figura è rassicurante, la struttura che rappresenta diventa più difficile da mettere in discussione. Se dovessi rendere accettabile l’inaccettabile, non lo presenterei come imposizione. Lo vestirei da cura. >>

ALDO ERIK


DONNE E POTERE
L’impressione che oggi ci sia un numero inedito di donne ai vertici è comprensibile - e in parte vera - ma non è la prima volta che il mondo vive qualcosa di simile. La novità sta più nella scala globale e nella visibilità, non nell’esistenza del fenomeno.
= L’antichità: potere femminile come eccezione carismatica
Non era un’epoca di leadership femminile diffusa, ma esistevano figure che dominavano interi imperi: Hatshepsut in Egitto, un grande faraone; Cleopatra VII, sovrana e diplomatica di livello assoluto; Zenobia di Palmira, che sfidò Roma; Wu Zetian in Cina, unica imperatrice regnante nella storia cinese.
Qui il potere femminile non è “di massa”, ma è legittimato dal carisma, dalla religione o dall’eccezionalità. Non è un’epoca simile alla nostra, ma è un precedente di donne al vertice di grandi strutture politiche.
= Medioevo e prima età moderna: un’inaspettata concentrazione di regine
Tra il XII e il XVII secolo, in Europa si verifica qualcosa di sorprendente: un numero insolitamente alto di donne regnanti, spesso molto potenti.
Esempi: Eleonora d’Aquitania, forse la donna più influente del Medioevo europeo; Isabella di Castiglia, che unificò la Spagna; Maria Tudor e Elisabetta I in Inghilterra; Caterina de’ Medici in Francia; Cristina di Svezia, figura intellettuale e politica di primo piano; Anna d’Austria, reggente di Francia.
In alcuni decenni del Cinquecento, tre dei principali regni europei erano guidati da donne contemporaneamente. È forse il periodo più simile al nostro, anche se limitato geograficamente.
= Il Novecento: l’inizio della normalizzazione
Il XX secolo vede le prime donne elette o nominate capi di governo in sistemi moderni: Sirimavo Bandaranaike (Sri Lanka), prima premier donna al mondo; Indira Gandhi in India; Golda Meir in Israele; Margaret Thatcher nel Regno Unito.
È l’inizio della transizione verso la situazione attuale, ma ancora con numeri bassi.
= Il XXI secolo: la vera discontinuità
La differenza del nuovo millennio non è che ci siano donne al vertice — è che: sono molte contemporaneamente, in continenti diversi, in democrazie consolidate e organizzazioni internazionali, con visibilità globale.
È la prima volta nella storia in cui la leadership femminile diventa strutturale, non episodica.

giovedì 2 aprile 2026

Elogio della Differenza

Io credo nell'esistenza delle Razze Umane e sono fermamente contrario all'immigrazione di massa (quale sta subendo l'Europa in questi decenni). 
Però non sono Razzista. Com'è possibile ? Provo a spiegarlo in questo post, frutto di un lungo dialogo con Copilot.
LUMEN


Quando si parla di differenze tra civiltà, culture o gruppi umani, il dibattito pubblico tende a muoversi tra due estremi speculari: da un lato chi vede le differenze come gerarchie, dall’altro chi le nega del tutto. Entrambe le posizioni sono rassicuranti perché semplificano, ma proprio per questo sono fuorvianti. La prima trasforma la complessità in una scala verticale; la seconda la cancella in un’uguaglianza piatta. Nessuna delle due permette di capire davvero come funzionano le culture e perché la diversità sia una delle forze più creative dell’umanità.

Per comprendere la ricchezza delle differenze culturali bisogna partire da un’idea semplice ma potente: ogni civiltà è un modo specifico di distribuire energia cognitiva. Con questa espressione si intende l’insieme delle risorse mentali, simboliche e creative che una società investe in certi linguaggi, certe sensibilità, certe forme di vita.

Ogni cultura, nel corso dei secoli, decide — spesso senza saperlo — quali strumenti affinare, quali competenze rendere centrali, quali dimensioni dell’esperienza umana elevare a valore. È come se ogni civiltà fosse un laboratorio evolutivo che esplora una particolare traiettoria dell’intelligenza umana.
Alcune culture hanno investito nella parola, altre nell’immagine, altre ancora nella matematica, nella musica, nella tecnica, nella metafisica. Non esistono culture “superiori” o “inferiori”: esistono culture che hanno sviluppato eccellenze diverse, risposte diverse alle sfide dell’ambiente, della storia, della memoria collettiva. Ogni differenza è una possibilità, non un difetto.

Il giudaismo, ad esempio, ha concentrato enormi quantità di energia cognitiva nella parola, nella logica, nell’interpretazione. La centralità della Torah e del Talmud ha creato una tradizione di pensiero analitico, dialettico, capace di affrontare problemi complessi con una finezza rara. La discussione, la disputa, il ragionamento casistico sono diventati strumenti quotidiani, quasi naturali. Non stupisce che, in epoca moderna, questa tradizione abbia prodotto eccellenze straordinarie nelle scienze, nella filosofia, nella matematica. Non per genetica, ma per cultura: per secoli, la mente ebraica è stata allenata a ragionare, interpretare, dedurre, discutere.

L’Islam, invece, ha sviluppato una straordinaria sensibilità per l’astrazione. La diffidenza verso l’immagine figurativa — nata in un contesto in cui l’immagine era quasi esclusivamente religiosa e quindi potenzialmente idolatrica — ha spinto la creatività verso altre direzioni: la geometria, la calligrafia, l’ornamento infinito. L’arte islamica è una celebrazione dell’ordine cosmico, della ripetizione, della simmetria, dell’infinito. È un’estetica che non imita la natura, ma la trasfigura. Anche qui, l’energia cognitiva si è concentrata su un canale preciso: l’astrazione come forma di spiritualità.

L’Europa cristiana ha costruito una civiltà dell’immagine. La figura umana, la narrazione visiva, la prospettiva, la rappresentazione del sacro e del profano hanno modellato secoli di arte, architettura, iconografia. La pittura occidentale è diventata un linguaggio complesso, capace di raccontare storie, emozioni, idee. Anche qui, l’energia cognitiva si è concentrata su un canale preciso: la visione come forma di conoscenza.

L’India ha esplorato la metafisica come nessun altro. Le grandi tradizioni filosofiche indiane hanno sviluppato concetti di una profondità vertiginosa: la natura del sé, l’illusione, la coscienza, il ciclo delle rinascite, la liberazione. È una civiltà che ha investito enormi risorse mentali nella speculazione, nella meditazione, nella comprensione dell’interiorità.

La Cina ha raffinato l’arte dell’amministrazione, della tecnica, dell’ingegneria sociale. La burocrazia imperiale, gli esami di stato, la centralità dell’ordine e dell’armonia hanno creato una cultura della continuità, della stabilità, della competenza. Anche qui, l’energia cognitiva si è concentrata su un canale preciso: la gestione della complessità sociale.

Ogni cultura è un esperimento cognitivo. Ogni civiltà è una forma di intelligenza collettiva. Ogni differenza è una possibilità. Il razzismo nasce quando questa diversità viene trasformata in una scala verticale: superiore/inferiore, puro/impuro, noi/loro. È un errore concettuale prima ancora che morale, perché confonde la differenza con la gerarchia. E da questa confusione nasce il tratto più tossico del razzismo: il terrore della contaminazione.

Il razzismo non teme l’altro: teme la mescolanza. Teme che l’identità si trasformi, che la purezza si perda, che il confine si dissolva. È un pensiero che vive di fragilità, non di forza. Se l’altro è “inferiore”, allora mescolarsi diventa pericoloso; se l’identità è vista come un oggetto fragile, allora ogni incrocio appare come una minaccia. Da qui derivano i divieti dei matrimoni misti, le ossessioni sulla purezza del sangue, le fantasie di sostituzione, le paure della “diluizione”.

Ma questa logica è infantile. Le culture non sono mele che si dividono: sono idee che si moltiplicano. Qui la celebre frase di George Bernard Shaw diventa perfetta: se io ho una mela e tu hai una mela e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela ciascuno; ma se io ho un’idea e tu hai un’idea e ce le scambiamo, abbiamo entrambi due idee. Le culture funzionano esattamente così. L’incontro non impoverisce, arricchisce. L’ibridazione non indebolisce, rafforza. La contaminazione non distrugge, crea.

Le civiltà più creative della storia sono sempre state quelle più ibride: l’ellenismo, l’Andalusia islamica, l’Italia rinascimentale, l’India moghul, gli Stati Uniti moderni. Ogni grande fioritura culturale nasce da un incrocio, da un dialogo, da una mescolanza. Al contrario, le culture che hanno inseguito la purezza sono finite nella stagnazione, nella paranoia, nella regressione. La purezza è sterile; la diversità è feconda.

L’antirazzismo più intelligente non consiste nel dire “siamo tutti uguali”, perché questa frase, pur animata da buone intenzioni, cancella proprio ciò che rende l’umanità interessante: la pluralità delle forme di vita. Il vero antirazzismo consiste nel dire: siamo diversi, e proprio per questo abbiamo bisogno gli uni degli altri. Non uguaglianza piatta, ma pari dignità nella diversità. Non assimilazione, ma ibridazione. Non cancellazione delle identità, ma dialogo tra identità.

LUMEN & COPILOT


POSCRITTO
Nella foga del dialogo con Copilot mi sono dimenticato di precisare una cosa importantissima: che mentre la mescolanza 'etnica' è sempre positiva, perchè consente di incrociare il pool genico in modo creativo, la mescolanza 'culturale' va trattata con molta cautela.
E' positiva quando viene praticata tra nazioni di cultura diversa che si incontrano amichevolmente in una situazione di pace; è negativa quanto la commistione avviene in situazioni di guerra, oppure a seguito di migrazioni incontrollate che creano gruppi non assimilabili. E la storia è lì a confermarlo.
LUMEN