Il boom economico ed il benessere sociale raggiunti dall'Europa nel secondo dopoguerra sono avvenuti, come noto, nel pieno della Guerra Fredda. Secondo alcuni, però, la presenza ingombrante dell'URSS sarebbe stata più un vantaggio (indiretto) che un ostacolo.
A questa ipotesi è dedicato il post di oggi, scritto sotto pseudonimo e tratto dalla pagina FB 'Termometro Geopolitico'.
LUMEN
<< Tra il 1945 e la fine degli anni Ottanta l’Europa occidentale ha conosciuto il periodo di maggiore crescita materiale, stabilità sociale e mobilità inter-generazionale della sua storia, e con ogni probabilità uno dei momenti migliori dell’intera storia dell’umanità industriale.
Non si tratta di un giudizio nostalgico né ideologico, ma di un dato che emerge con chiarezza da indicatori convergenti: crescita dei salari reali, accesso universale alla sanità e all’istruzione, diffusione della proprietà della casa, riduzione delle disuguaglianze, centralità politica del lavoro, espansione del ceto medio. La domanda cruciale non è se questo sia accaduto, ma perché.
La risposta non può essere cercata né nella moralità delle classi dirigenti, né in una presunta virtù intrinseca delle istituzioni liberali, né tantomeno nella qualità individuale dei leader politici di quell’epoca. Il fattore determinante è di natura sistemica ed esterna: l’esistenza, nel cuore dell’Europa, di un sistema politico ed economico alternativo, antagonista e strutturalmente credibile.
L’Unione Sovietica, al di là dei suoi fallimenti, delle sue contraddizioni e delle sue tragedie interne, ha svolto una funzione storica essenziale come polo di confronto. Non come modello da imitare, ma come minaccia concreta alla legittimità del capitalismo occidentale se quest’ultimo non fosse stato in grado di garantire benessere diffuso, sicurezza sociale e prospettive di vita dignitose alle proprie popolazioni.
È in questo contesto che va compreso lo sviluppo dello Stato sociale europeo. Il welfare, la progressività fiscale, la forza dei sindacati, la stabilità occupazionale, l’investimento pubblico massiccio in infrastrutture, ricerca e istruzione non furono concessioni spontanee né il frutto di una superiore etica democratica. Furono strumenti di competizione sistemica.
Il capitalismo europeo del secondo dopoguerra fu costretto a disciplinarsi, a limitare la propria vocazione predatoria, a redistribuire una parte significativa della ricchezza prodotta, perché non poteva permettersi di perdere il consenso delle classi lavoratrici e della nascente classe media. La paura della radicalizzazione politica, della forza dei partiti comunisti, della possibilità reale di uno spostamento dell’asse sociale verso Est costituiva un potente incentivo a rendere il sistema funzionante per la maggioranza.
In questo senso, l’Europa occidentale deve all’URSS più di quanto spesso siano disposti ad ammettere gli stessi europei, e paradossalmente deve all’URSS più di quanto non abbiano beneficiato molti dei cittadini che vi vivevano. La funzione storica dell’Unione Sovietica non è stata quella di incarnare un modello superiore di società, ma quella di costringere il capitalismo a migliorare se stesso. Senza quell’antagonista, senza quella pressione esterna, senza la possibilità concreta di un’alternativa, il compromesso socialdemocratico che ha garantito decenni di prosperità non avrebbe avuto alcuna ragione di esistere.
La rottura avviene tra il 1989 e il 1991. Con il collasso del blocco sovietico non scompare soltanto un sistema politico, ma viene meno l’intera architettura del confronto. Da quel momento il capitalismo occidentale non ha più bisogno di dimostrare nulla. La redistribuzione diventa un costo inutile, la classe media perde la sua funzione stabilizzatrice, il lavoro cessa di essere il perno della legittimazione politica.
In assenza di un’alternativa credibile, il sistema si chiude su se stesso. La competizione non è più tra modelli di società, ma tra individui all’interno dello stesso modello. Il conflitto verticale viene sostituito da una frammentazione orizzontale che neutralizza ogni possibilità di cambiamento strutturale.
È in questo quadro che le cosiddette liberaldemocrazie contemporanee cessano progressivamente di essere tali e si trasformano in plutocrazie procedurali. Le istituzioni democratiche sopravvivono nella forma, ma perdono la sostanza. Il voto rimane, ma non incide sulle scelte fondamentali.
I diritti vengono proclamati, ma privati di strumenti materiali di esercizio. La politica diventa amministrazione dell’esistente, mentre il potere reale si sposta stabilmente verso centri economici e finanziari non responsabili di fronte ai cittadini. La sovranità degli Stati si dissolve, non per inefficienza o corruzione, ma per impossibilità strutturale di agire contro vincoli sistemici ormai interiorizzati.
In questo contesto, il dibattito pubblico che si concentra su corruzione, evasione fiscale, burocrazia, incompetenza della classe politica o sulle figure contingenti che si alternano al governo, non coglie il punto. Non perché questi fenomeni non esistano, ma perché non spiegano la traiettoria di fondo. Essi sono effetti, non cause.
Le diverse leadership politiche degli ultimi trent’anni si sono mosse tutte all’interno di un sistema chiuso, privo di reali margini di manovra per una politica redistributiva e orientata alla classe media. Attribuire il declino a singoli attori significa confondere il rumore di superficie con il segnale strutturale.
La verità, scomoda ma difficilmente contestabile, è che senza una teoria politica ed economica alternativa, credibile e sistemica, il declino delle società europee non è arrestabile. Non esistono riforme tecniche, aggiustamenti amministrativi o moralismi civici in grado di invertire una dinamica che nasce dall’assenza di concorrenza tra modelli. La storia insegna che i sistemi migliorano solo quando sono costretti a farlo. Dove manca la paura delle élite, manca anche l’incentivo a investire nella società.
Il periodo 1945–1990 non è stato un’anomalia irripetibile per caso. È stato il prodotto di un equilibrio instabile ma fecondo tra forze contrapposte. Una volta dissolto quell’equilibrio, il risultato non poteva che essere l’attuale fase di stagnazione, disuguaglianza e progressiva irrilevanza politica delle masse.
Finché non emergerà una nuova alternativa sistemica, non nostalgica e non puramente morale, ma strutturalmente temibile, il declino resterà la traiettoria naturale. Tutto il resto è rumore bianco. >>
URSULA BORDER LINE
Mah, sarà! Ma adesso abbiamo uno Stato canaglia, la Russia, che ci minaccia e obbliga a un riarmo massiccio. Dunque l'antagonista c'è, non è affatto sparito. Grazie allo Stato canaglia le nostre sorti miglioreranno (secondo l'autore). Di nuovo grazie alla Russia dunque.
RispondiEliminaCaro Sergio, credo che tra l'URSS della guerra fredda e la Russia di Putin ci sia una differenza notevole, soprattutto a livello ideologico.
EliminaL'URSS si dichiarava comunista e cercava di fare proseliti nel mondo.
La Russia attuale mi pare che si limiti a fare i propri interessi diretti, e poco più, senza pretese imperiali.
Per questo non riesce a farmi paura. Ma ovviamente posso sbagliare.
Quanto al riarmo massiccio di cui parla la UE, non sono così sicuro che serva specificamente per contrastare la Russia.
EliminaServe da un lato per sostituire la copertura della NATO, che sembra in via di dissoluzione, e dall'altro ad aiutare le grandi industrie metalmeccaniche europee, che non se la passano troppo bene.
Unione Sovietica e Russia attuale. Ma il discrimine con l’occidente, ma più precisamente con gli USA, era davvero ideologico (capitalismo contro comunismo) o l’Unione Sovietica serviva agli USA per occupare l’Europa occidentale e giustificare il suo folle armamento? Gli USA spendono 800 miliardi all’anno per la difesa, dieci volte di più della Russia attuale … Insomma, un nemico ci serve comunque. Vedi adesso la folle corsa agli armamenti dell’UE che si sente minacciata dalla Russia (e ovviamente anche dalla Cina). Anche dalla Corea del Nord e dall’Iran (per niente da Israele che pure è una potenza nucleare …). Insomma, l’utilità anzi la necessità di avere un nemico …
EliminaHai ragione, Sergio.
EliminaIl 'nemico' da cui difendersi è uno dei meccanismi più classici usati dai governanti per tenere unita e compatta la popolazione.
A volte il nemico c'è effettivamente, altre volte lo si crea con la propaganda.
Sono meccanismi ancestrali, impressi nel nostro DNA, per cui non c'è niente da fare.
"Sono meccanismi ancestrali, impressi nel nostro DNA, per cui non c'è niente da fare."
EliminaE se invece potessimo superare questi meccanismi? Adesso tutti vogliono l'atomica, anche Selenski, perché è l'unica garanzia di non essere aggrediti e annientati. Ma se tutti o tanti avranno l'atomica prima o poi un incidente ci scappa e ... buona notte. Ci siamo andati vicini quando i contendenti erano davvero solo due, USA e Unione Sovietica. Figurati quando anche gli Emirati, il Ghana, la Somalia, la Nigeria, l'Iran, la Cambogia ecc. avranno l'atomica. Già adesso i nove Stati canaglia - USA compresi ovviamente - hanno tutti il dito sul grilletto, tutti, giorno e notte. E noi dormiamo tranquilli, abbastanza sicuri che l'inimmaginabile non succederà. Altro che crisi climatica, siamo seduti su migliaia di atomiche pronte al lancio. Ma ci dicono che i detentori dell'atomica non sono pazzi, sanno che se premono il grilletto salteranno in aria pure loro. Sarà, ma facciamo gli scongiuri.
Ma un'umanità pacificata è proprio un'illusione? Nel piccolo siamo abbastanza pacifici, collaborativi, persino amici. Perché non dovrebbe funzionare anche in grande considerato che l'alternativa sarebbe la fine del mondo? Poi il gene può essere anche modificato con l'ingegneria. Ma chi modificherà il gene e a quale scopo? Per instaurare la fratellanza universale o per fregarci meglio? La solita domanda: chi controlla i controllori? Chi sarà incaricato di modificare il gene aggressivo e da chi? Dal papa, da Harari o qualche altro pazzo?
Caro Sergio,
Eliminal'ingegneria genetica è un territorio pericolosissimo, sia per i rischi tipici dell'apprendista stregone (che non riesce più a controllare la propria creazione), sia per le motivazioni.
Come ogni grande scoperta umana, infatti, può essere usata sia a fin di bene che a fin di male.
Senza contare un altro problema: che stabile cosa è bene per una singola persona è facile, per l'intera umanità è molto più difficile.
COMMENTO di G.P. VALLA
RispondiEliminaCondivido pienamente l'analisi del Tuo post, sono considerazioni correnti nell'area politica che seguo (genericamente sinistra socialista no EU e no NATO✊), ma espresse con perfetta chiarezza.
I dati a conferma sarebbero moltissimi: dall'indice di Gini alla quota dei salari sul PIL, alla modulazione delle aliquote nella tassazione, all'andamento della spesa sociale...
Solo anticiperei l'avvio della controrivoluzione all'inizio degli anni Ottanta, con la crisi economica dell'URSS, "l'esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d'Ottobre" (cfr Berlinguer 1981), l'ascesa al potere di Reagan e della Thatcher; infine da Gorbaciov in poi c'è stato il crollo.
Caro Beppe,
Eliminain effetti la crisi economica dell'URSS, inevitabile per vari motivi, ha avuto un impatto politico importante, non ultimo per la cessazione dei flussi di finanziamento che arrivavano da Mosca ai partiti comunisti occidentali.
La politica ha bisogno di soldi, tanti soldi, per poter funzionare, e quando si chiudono certi rubinetti se ne devono aprire degli altri.
Mah, articolo dal sapore un po' ideologico, secondo me. Esiste un'altra chiave di lettura, secondo la quale anche un sistema capitalistico tende naturalmente a migliorare le condizioni dei lavoratori: non siamo più nell'epoca della Rivoluzione industriale e i lavoratori da tempo sono anche consumatori e clienti. Se fossero ancora degli schiavi da spremere, il sistema capitalistico stesso a chi venderebbe i suoi prodotti e servizi? Del resto, non si può certo dire che USA, Giappone e Svizzera siano paesi dove i lavoratori se la passano male, eppure lì non c'è mai stato un forte partito comunista. E anche i sindacati erano molto diversi da come li intendiamo noi. Probabilmente la verità sta nel mezzo...
RispondiEliminaGentile Fabrizio, le tue considerazioni sono senz'altro fondate.
EliminaL'articolo ha sicuramente una certa impostazione ideologia, però aiuta a capire meglio perché i lavoratori salariati sembrano vivere meglio qui in Europa.
Forse la consapevolezza che i lavoratori sono anche consumatori è più sentita qui che non nel capitalismo americano.
Fermo restando, come dici giustamente tu, che la verità sta quasi sempre nel mezzo.